sabato 26 dicembre 2020

Angelo Riviello Moscato - Chewing Gum: il Viaggio ('A gicomma americana) - Racconti (in fase di scrittura)




Angelo Riviello Moscato

 

Chewing Gum: il Viaggio

('A gicomma americana)

 

Racconti


Introduzione

 

Chewing Gum: Il viaggio:...('A Gicomma Americana)...Racconti. 

Si tratta di una sorta di puzzle, sull'identità e memoria, senza inizio nè fine, dove il presente si accavalla al passato, al futuro e viceversa. Sono racconti, iniziati a scrivere tra il 1977 e il 1978, lavorando sulla memoria, ma anche pensieri, riflessioni, aneddoti, constatazioni e meditazioni, che solo oggi, negli accavallamenti dei periodi (anche di scrittura) cerco di metterli insieme.

Un apparente caos, dove la fantasia, la voglia di giustizia, la rivendicazione di una dignità, il buon senso, la sensualità e una realtà, a volte ironica, a volte atroce, può essere una delle chiavi di lettura.

Una storia, dove  (forse) il pubblico si riconoscerà, senza ipocrisie né falsi sentimentalismi. e/o moralismi di sorta Una storia che mette sotto accusa, le guerre volute dai potenti della terra, dalla dichiarata e velleitaria civiltà, acquisita dall'Italia, nel 1861, con l’invasione ad un paese sovrano, portando sulla coscienza un massacro di circa un milione di morti, fino ad oggi, con altre invasioni a paesi sovrani di terre lontane, di altri continenti, per cos dire “non allineati”, con feroci, divertenti e ironiche critiche agli stereotipi, ai luoghi comuni, e soprattutto al sistema vigente, dove la parola "democrazia", per non dire "libertà", è molto, ma molto latitante...Tutto questo in una serie di racconti sparsi che ho messo insieme, in base alla restituzione della memoria, anche in momenti non sospetti, preso dai vari impegni quotidiani, o all’alba, che si sovrappongono senza nessun ordine preventivato, tra un intimismo sociale ed una realtà oggettiva.

A.R.M.

 

L'AEREO: "APPARECCHIA  AMERICANA"

 "...Apparecchia americana mena 'a bomba e se ne va...apparecchia americana mena 'a bomba e se ne va...apparecchia americana mena 'a bomba e se ne va...". Così cantavamo da ragazzini, nelle stagioni estive  nella piazza principale del quartiere di  Zappino (Largo Giulio Cesare Capaccio), quando il clima ce lo permetteva e sentivamo il rombo forte del rumore di un aereo attraversare quel tratto di cielo sui Monti Picentini che copre Campagna, tra Monte Sant’Elmo e Polveracchio, ricordando i bombardamenti della seconda guerra mondiale, ad opera degli alleati anglo-americani, che i nostri nonni e genitori ci raccontavano, in quelle lunghe sere d’inverno vicino ai fuochi domestici per riscaldarci e nelle cantine, luoghi di ritrovo sociale.

Quel pomeriggio d'estate i ragazzini di  Zappino, che passavano tutto il tempo in strada, giocando tra i vicoli del quartiere, e nel grande Largo Giulio Cesare Capaccio, cantavano, gridando più del solito, con altri compagni di strada dello stesso quartiere e dintorni. Quella volta si aggregarono anche quelli più grandi.

Ci avevo pensato il sottoscritto, a dare l'allarme cantando quella volta, alla vista dell'ennesimo aeroplano che passava sulla nostra cittadina. C'eravamo abituati al rombo assordante dei motori, che faceva eco in quella gola dei Picentini. Nel suo passaggio veloce e rumoroso, soprattutto nelle giornate di vacanza estive, l'ombra netta dell'aereo, copriva quasi tutto l'asfalto della piazza, come un grande mantello grigio. Grigio su grigio: ombra scura, su asfalto chiaro assolato.

La mia casa a torre era proprio lì, ad angolo con il centro della piazza, con il negozio di alimentari di mia madre Vincenzina e la cantina di mio padre Umberto (detto "Marano" ma anche "Pistola", al piano terra, con il caratteristico pergolato di uva fragola, che  faceva ombra su entrambi gli ingressi delle attività commerciali e sociali.

Con i miei genitori e i miei due fratelli più grandi, alloggiavamo al terzo e ultimo piano. Al secondo, alloggiava il nonno Giacomo e i due studenti in pensione di San Gregorio Magno, che frequentavano l'istituto magistrale "Teresa Confalonieri", Matteo e Clemente.

Ad avvistare gli aerei, si dava il turno (si fa così per dire), nella spontaneità dei comportamenti, con gli altri amici e compagni abitanti di Zappino, nel cuore della piazza, chi nell'ex palazzo ducale della famiglia Pironti, e chi in altre case sparse, ubicate quasi tutte dirimpetto alla mia casa. La riserva di questi allarmi, era un altro ragazzo, che con i suoi, abitava ai margini di Zappino, ai confini con Porta Fiera, detto in dialetto "Porta Fezza", un altro ancora abitava nel Palazzo Amodio, di fianco alla Chiesa di Sant’Antonino, e altri ancora sparsi nelle stradine, vicoli e piazzette interne, come via Giudeca, Piazza Brenta e Dietro Zappino.

Ogni volta che si sentiva il rombo di un aereo avvicinarsi in lontananza, scattava l'allarme. Tutti a correre come pazzi verso Zappino, chi in discesa, da Via Atri, Costa Torre, Maddalena e Sant'Agostino, e chi in salita, da Via Giudeca, Dietro Zappino, Piazza Brenta, Porta Fezza e Via Piè di Zappino, per concentrarsi nello spiazzale dedicato allo storico, letterato e giurista campagnese Giulio Cesare Capaccio, dove ad aspettarli, oltre al sottoscritto, c'erano tutti gli amici e compagni di gioco. Arrivavano isolati o a gruppi, dai quartieri alti e bassi adiacenti, cantinelando a squarciagola "apparecchia americana...".  Era un avvenimento importante di partecipazione attiva. Era il nostro inno di battaglia, un gioco, allegro e spensierato, che solo i bambini sanno fare, come conseguenza dei tragici bombardamenti americani, che sconvolsero anche Campagna, la mia città...e come riflesso del mondo adulto, dai racconti dei nostri genitori, dei nostri nonni, dei nostri zii, parenti vari e vicini di casa o di quartiere. Dai racconti, come filone triste, arricchito dalla cultura del vicolo, sia nei periodi estivi, seduti vicino ai treppiedi esterni in ferro battuto, per la cottura dei pomodori in bottiglie, che nei periodi invernali, di sera, vicino ai bracieri, alle cucine a carbone e ai caminetti di casa, o di notte nei numerosi forni a legna, di chi aveva vissuto quei momenti drammatici. Prima con la presenza temuta dei tedeschi, marziali, rigidi e severi, nemici e amici (a secondo dei casi, come raccontava mia madre, che mai avevano importunato le donne  del paese) e poi degli americani amici, liberatori e libertini, allegri, ubriaconi e bontemponi...dopo i bombardamenti aerei che provocarono non poche vittime civili, tra donne, anziani e bambini. Secondo la cronaca di quel settembre 1943, sotto il Palazzo Comunale, ubicato nell'ex Convento dei Frati Agostiniani, furono centosettantotto i morti civili di ogni età, tra cui un ebreo internato a San Bartolomeo. Cittadini che in fila aspettavano che uscisse il pane da uno dei forni a legna, ubicati nei pressi del Palazzo Comunale. Uno dei nostri amici più grandi (fratelli maggiori), che ai tempi aveva cinque o sei anni, e che abitava in quel luogo con la madre che gestiva un poliambulatorio, si ricordava di aver visto a bassa quota aerei che sorvolavano il centro abitato, mitragliando addiritttura nelle case  Una tragedia, definita poi dalle forze alleate un "errore" (l'ennesimo "errore"), dove dopo il bombardamento, quando tra le macerie si cercava di identificare e di raccogliere i morti, un episodio segnò per sempre la comunità campagnese: a un carro pieno di vittime, fino all'inverosimile, per portarle verso la sepoltura, vennero meno i freni, e dall'alto della salita di Largo Cantalupo, oggi Luogo della Memoria, iniziò a scendere  in modo sempre più veloce e senza controllo, verso il Palazzo dell'Episcopio, dove a tutta velocità si frantumò in mille pezzi vicino a un negozio, con avanzi di arti umani sparsi dovunque, misti alle ruote e ad altre parti in legno del carro. Una scena raccapricciante, come raccontavano gli anziani, tra cui un medico di base, che mise in ginocchio l'intera comunità, e dei tedeschi nemmeno l'ombra. 

(2005)

 LA GRANDE LAVAGNA GRIGIA

 Una passione forte per me, era il disegno. Di questa abilità, ne venne a conoscenza tutto il paese. Divenni in pochissimo tempo, quasi una leggenda, nell'immaginario collettivo. Mi facevano sentire, come il Giotto del paese. Disegnavo su tutti i supporti, sulla carta per il baccalà del negozio di alimentari di mia madre, ma prevalentemente disegnavo clandestinamente sui quaderni di scuola e ufficialmente sugli album da disegno "Giotto" o "Raffaello". Le ore preferite per disegnare, non erano solo quelle pomeridiane e serali di casa, ma soprattutto quelle mattutine di scuola, stimolato in questa passione, dai compagni di classe che mi guardavano ammirati. Il mio sogno, infatti, da grande, era quello di fare l'artista. Ma in quest'avventura non ero solo. Oltre a me c'erano altri due amici: Pasquale  (Pascale "pesciapagliare"), e Gelsomino (Mimino), che come me provavano una forte passione per il disegno, e anche loro venivano sostenuti e tenuti in considerazione dalla comunità. Pasquale, era considerato come il Cimabue della situazione. Gelsomino, come il Raffaello di Urbino. Ogni tanto tra noi si gareggiava  a disegnare, spinti in questa gara dagli amici, ora  dell'uno e ora dell'altro. Non c'era ancora la televisione, e questo, era uno dei giochi, individuali, che creavano spettacolo per gli altri.  Entrambi di famiglia molto modesta. Pasquale, l'eterno nomade, la sua famiglia cambiava abitazione continuamente, tra la parte storica del paese (Casal Nuovo) e la parte antica il Quartiere di Sant'Agostino e la Cortiglia di Via San Bartolomeo, di un anno più grande di Lilino. Suo padre artigiano, si chiamava Donato, era un costruttore di sedie, un uomo onesto, ma con poca voglia di lavorare e gran bevitore di vino e frequentatore assiduo delle cantine locali. Gelsomino invece, abitava nel centro storico, in Via Mercato, nei pressi del Palazzo Municipale (ex Convento dei frati agostiniani), di un anno più piccolo di me, più fortunato di famiglia, infatti suo padre faceva il bidello ed era una persona gentile, molto tranquilla e laboriosa, tutto casa e lavoro. Le loro madri, poi, erano due donne tipiche di Campagna, dolcissime, dal carattere molto forte e lavoratrici infaticabili. Due mamme meravigliose, come tutte le nostre mamme.

 Gradualmente divenni molto amico sia dell'uno che dell'altro, ma cosa strana, tra loro due non nacque una grande amicizia, tanto che ancora oggi, non riesco a spiegarmi il perché. Personalmente provavo molto slancio verso gli amici. Caratterialmente, mi trovavo bene sia con l'uno che con l'altro. Spesso, dovevo dividermi, tra i due.

Quel pomeriggio estivo di sabato, con i miei amici di Zappino, in largo Giulio Cesare Capaccio, aspettavo Gelsomino. Veniva a sfidarmi in casa. Era il suo turno. Non si sa da chi dei due, partì la proposta di sfidarsi, in una gara infinita senza premi, se non la soddisfazione di esibirsi in un luogo pubblico, incoraggiati dal tifo dei rispettivi ammiratori e tifosi. Verso le 15, lo vedo arrivare serio, sorridente e dondolone, con le sue gambe lunghe e magre, insieme ad altri ragazzi del suo quartiere, tra i quali c'era anche suo cugino Vito, che venne a chiamarmi sotto la finestra di casa, che al contrario di lui, era piccolo, camminava a scatti e a passettini veloci. Gareggiando fuori casa, e sapendo di sconfinare in un'altra zona, si era portato i suoi compagni di quartiere, per sentirsi, forse, più protetto sia fisicamente che psicologicamente, per l'imprevedibilità dei comportamenti dei miei amici "zappinari", in caso di una sua vittoria, o semplicemente per compagnia, o, come era più logico, dato che si trattava di una sfida, di essere incitato dai suoi a destreggiarsi con disinvoltura, e tentare di superare in bravura l'avversario, che ero io.

Al via, l'intero Largo Giulio Cesare Capaccio, in un attimo, si trasforma da un lato, in un'enorme grande lavagna grigia e dall'altro in una grande platea. Entrambi in pantaloncini corti, con le bretelle, il gessetto bianco in mano, e giù di corsa a disegnare segni e linee infinite, su quel grande supporto, a mò di tappeto, che si presentava infinito ai nostri occhi, tra l'incitamento dei compagni. Le nostre mani, per l'impegno assunto, per la dignità di ognuno, e per l'alta concentrazione, andavano veloci con estrema disinvoltura, come se fossero guidate da forze sovrannaturali e invisibili. La sfida era molto sentita, la suspense era alta. Eravamo comunque, entrambi emozionati e al tempo stesso gratificati dal tifo delle opposte fazioni. Instancabili e felici, anche se durante la gara non ci davamo nessuna confidenza, e non eravamo per nulla arrendevoli. Eravamo dei piccoli "professionisti" seri, cimentati in un duello leale, che sembrava non avere mai fine. Ma non ce ne fregava nulla. Era la nostra passione a dettare una linea di comportamento, e poi non eravamo soli, ma in allegra e chiassosa compagnia, che fra loro scommettevano sul più bravo. Ma non ho mai capito, quale fosse il loro metro di giudizio. Dovuto senza dubbio all'amicizia. Per questo che alla fine, a vincere non era mai nessuno dei due, in quelle gare estive infinite senza premi. Si finiva sempre in parità. Nel senso che ognuno dei gruppi, restava convinto delle proprie idee. Io ero il più bravo per i miei amici, e l'altro era il più bravo per i suoi amici come lo era Pasquale per i suoi, quando veniva il suo turno. Con la differenza che gli amici di Pasquale erano trasversali, nel senso che appartenevano a diverse zone di tre quartieri, tra Zappino-Porta Fezza, Cortiglia-Sant'Agostino e Vescovado Casale Nuovo. Era trasversale, perché gran parte del suo tempo, lo passava a Zappino, con suo padre nella bettola dei miei, e spesso cenavamo insieme, e dove aveva altri amici, come Gerardo e Antonino, e abitava comunque, in una situazione strategica, tra gli altri quartieri, in modo da avere amicizie sparse un pò ovunque.

(2005)

                                                                                                                                    

 

IL CAVALLUCCIO

 Per un certo periodo, veniva in casa ad aiutare mia madre nei lavori domestici (dato che era molto impegnata, specie il sabato e la domenica, nella bettola e nel negozio di alimentari) una ragazza, figlia di un uomo che lavorava come facchino per tutto il paese, soprannominato "filetto". Era una bella ragazza mora, intorno all'età di diciotto, venti anni, di altezza un po’ più della media, capelli lunghi neri leggermente ondulati, occhi scuri, fisico asciutto, scultoreo, generoso nelle sue forme mediterranee, che chiamerò Maria.

 Anche quel pomeriggio di sabato, Maria, venne a casa per fare le pulizie. Mia madre mi affidò in sua custodia più del solito, e, quando tutti furono usciti da casa, mi portò nella camera del nonno, situata al secondo piano. Siccome lei era la “grande” che “capiva tutto”, ed io il “piccolo” che “non capiva niente” (non aveva poi tutti i torti), nel suo solito modo di sussurrare le parole sottovoce con dolcezza come se fosse un segreto. Si sedette su una sedia, mi prese in braccio, facendomi accomodare sulle sue ginocchia, con il mio viso che dal basso verso l’alto incontrava i suoi seni, belli, grandi, tondi e sodi (che per me erano solo due strani e comodi oggetti caldi e gonfi come una palla attaccati al petto, dove, felice potevi appoggiarci la testa e stare rilassato), dicendomi che mi cantava la canzone del “cavalluccio” (canzone-filastrocca molto in voga ancora adesso presso tutte le nonne e alcune mamme del paese) e che bisognava dondolarsi avanti e indietro, e che io dovevo seguirla nei suoi movimenti.

L’idea del gioco mi piacque subito a tal punto, che non vidi l’ora di cominciare.

L’attesa non fu lunga; infatti, dopo avermi spiegato con parole sue elementari in che cosa consisteva il gioco e che aveva intenzione di fare (almeno all’apparenza) e cosa dovevo fare, si prese a dondolare il corpo con tutta la sedia, ed io portato dietro di lei ridendo molto divertito:

 

“Seca seca mastu ciccio

Na panella e nu saciccio

U saciccio nu mangiamo

E a panella 'n già stipamo

'N già stipamo pe Natale

E Natale è già venuto

E a panella è già fenuta

 

Mentre si andava su e giù con i corpi con la sedia, canticchiando questa filastrocca, notai che lei si alzava a poco a poco la gonna, una di quelle gonne larghe e lunghe che si portavano una volta, fino ad arrotolarla quasi tutta sulla pancia, all’altezza dell’ombelico, mostrandomi le cosce scoperte, bianche, enormi, e, offrendomi (sempre in quella dimensione “del non capire” da parte mia) la sua vulva, bella, grande, superba, matura, e, con tanti peli neri che la incorniciavano. A questo punto, le sue mani si avvicinarono alla patta (la “vrachetta”) dei miei pantaloncini, la sbottonò molto lentamente, con maestrìa e disinvoltura, e con molta grazia, fra un dondolio e l’altro, con il mio viso che si schiacciava sempre contro i suoi grandi seni per effetto del rinculo, prese con delicatezza tra le mani il mio piccolo pene, manipolandolo da tutte le parti, toccandolo soprattutto nella zona della cappella, sperando così di farlo indurire. Quasi mi fece una masturbazione, accarezzando il membro dai testicoli alla cappella. Riuscì a farlo indurire. Intanto ci si dondolava sempre, con ritmo cadenzato, avanti e indietro. Le sue dita adesso, cercavano di indirizzarlo verso l’ingresso della vulva per la penetrazione. E così fu. Ero molto felice. Il gioco mi piaceva. La canzone mi piaceva sempre più, il dondolio anche, e, specialmente quelle sue “strane” manovre sul suo e sul mio corpo.

Il tutto mi procurava una gioia indescrivibile, era un bel gioco, semplice e naturale, sempre più in crescendo, però sentivo, con un sesto senso che hanno solo i bambini, che c’era qualcosa che non andava, che era un’azione fatta quasi di nascosto, intrigante, a bassa voce, quasi in silenzio, un segreto che doveva restare tra me e lei…la Maria. Infatti, quando sentì un rumore sulle scale di legno, di qualcuno che saliva al piano superiore, dove dormiva il nonno, lei all'improvviso smise di giocare, con mia grande meraviglia, si aggiustò la gonna, e con dito sulla bocca, adagiandomi sul pavimento, mi disse di fare silenzio. E così fu, nella più totale disinvoltura, con la mia innocente complicità.

 (2005)

 

GUERRA E PACE

 Quando si gareggiava in certe competizioni individuali, come disegnare sull'asfalto, con il pubblico che partecipava, alternate alle partite di pallone (dove in detto sport, sia io, Gelsomino, che Pasquale, eravamo dei disastri), vuol dire che nell'intera cittadina, tra gli opposti quartieri, del centro antico e del centro storico, a loro volta, divisi in zone alte, medie e zone basse, con le varie alleanze temporanee di vicinato, e spesso capitavano anche i tradimenti e i doppi giochi che si apprendevano al Cinema, si stava vivendo un periodo di pace. Si, perché, in genere si era quasi spesso in guerra, anche per vincere la noia. Zappino e Via Atri contro La Piazza e il Vescovado. il Corso contro la Strada Nuova. Il Mercato contro la Via Trinità e Casal Nuovo, e così via. La Parrocchia, contro tutti. Questi però, non sconfinavano mai dal loro quartiere. Erano sempre soli, come una sorta di repubblica a parte. Non potevi minimamente avvicinarti al loro quartiere, lungo la Via di San Bartolomeo. Una strada senza uscite. Una strada che finiva alle pendici del Castello Aragonese Gerione. Non appena arrivavi all'altezza della Fontana in località Cortiglia, che rappresentava un pò il confine, con le zone medio basse, che per noi, erano quelle più civilizzate, ti sentivi arrivare, degli alt con voce aggressiva, dei vaffanculo e bestemmie varie, seguiti da una mitragliata di pietre e sassi. Per noi tutti, erano gli indigeni più montanari e i più intrattabili di Campagna, dai modi rozzi e dal linguaggio molto scurrile e minaccioso, con un dialetto che assomigliava più al lucano che al campano, dove noialtri indigeni, sempre  montanari, eravamo un pò meno rozzi, un pò più "fini", ma pur sempre abitanti di una gola dei monti Picentini. Ubicazione posta al centro del mondo.

I Parrocchiani sapevano difendere la loro postazione, quando noi dei quartieri bassi, anche alleandoci tra noi, ogni tanto tentavamo di espugnarla, per dimostrare il nostro coraggio e la nostra forza. Ma era inutile, perché mancavamo di strategie, e in fondo eravamo anche un pò pigri. Eravamo consci del fatto, che non si potevano accerchiare. Per farlo, dovevamo fare un lungo giro per via Romanelle, che dalla parte opposta ti portava al Castello Aragonese Gerione. Bisognava però attraversare l'altra linea nemica della Piazza, arrivare dagli altri indigeni di Casal Nuovo, arrivare alla Concezione, attraversare Ponte Dauli, e arrampicarsi su per il sentiero di montagna, una lunga scarpata che ti portava al Castello dalla parte opposta, per poi scendere in silenzio verso la Parrocchia: una faticaccia. Senza prevedere il fatto, che una volta in cima  ci potessero essere delle sentinelle di guardia, che una volta avvistatoci, senza nessuna pietà, ci avrebbero scaricato addosso tutte le pietre del rudere, che erano tantissime e infinite, per noi, alla stessa tregua degli antichi guerrieri, che con le pentole di olio bollente, difendevano la Bastiglia dai nemici assalitori. Era molto pericoloso. Infatti ogni tanto qualcuno si ritirava a casa, zoppo, con la testa e le ossa rotte. I Parrocchiani, gli unici a sapersi difendere, attaccando, grazie alla loro posizione, senza aver subìto mai una sconfitta. Attaccavano, restando sempre tra le loro mura, anche quando andavamo noi dei quartieri bassi, in tempi di pace, nel periodo di maggior calura estiva, a fare i bagni nudi al Sciumare e alla Chiatrella, che si trovavano ubicati, nel Fiume Tenza, quasi sotto il loro quartier generale. Dalle loro finestre e balconi, arrivavano urla di minaccia, pietre, oggetti vari contundenti, e a volte anche colpi di fucile e di pistola. Indubbiamente, gli abitanti del quartiere di San Bartolomeo, il quartiere più antico della città, sono sempre stati i più ostici, i più testardi e i più uniti, nella loro piccola comunità, posta in alto ai margini di Campagna, verso nord est. Erano sempre in guerra con tutti, anche in tempi di pace.

(2005)

 

 LA CANTINA

 La Cantina di mio padre, in società con mia madre, che fu dei miei nonni paterni, ha rappresentato per me una fonte inesauribile di informazioni, una vera fucina di storie e di racconti di ogni genere, soprattutto nei periodi invernali. Racconti tra la fantasia e la realtà di un vissuto, allegre o tristi, che spaziavano dai ricordi personali a quelli collettivi che avevano segnato momenti salienti della vita di Campagna e dei campagnesi, dalle storie di fantasmi e di ossessi a quelle della seconda guerra mondiale. Un vera fucina di esperienze. Una sorta di biblioteca orale. Queste storie avevano anche un orario. Dalla mezzanotte in poi, quando i bambini (in prevalenza ero io), e le donne (mia madre) andavano a letto, le storie iniziavano ad essere audaci con le esperienze erotiche di ognuno dei maschi presenti. Ma io preferisco ricordare quelle a cui assistevo e ascoltavo, negli orari di prima serata, affascinato e concentrato sui loro linguaggi e sulla loro suspense. Mio padre era uno di questi, che con un bicchiere di vino in più, diventava molto loquace. Ma anche mia madre non scherzava, quando le veniva voglia, a volte, di restare e di raccontare qualcosa.

Quella sera d'inverno, ascoltai a più voci, una storia tragica, molto triste, ambientata in piena seconda guerra mondiale, durante l'occupazione tedesca e l'arrivo degli americani. Una storia che aveva traumatizzato l'intera comunità campagnese e paesi vicini. A parlare non era solo mia madre, ma anche mio nonno ed altri presenti. Insieme composero un collage.

 Le incursioni aeree furono numerose, in quella tremenda fine estate del 1943, compreso i raid aerei, in cui gli americani mitragliavano finanche nelle abitazioni civili. Altro che obiettivi militari. Non si dormiva più. La paura era la compagna inseparabile di quei giorni e di quelle notti infinite. Ogni rombo di motori provocava il panico e nuovi traumi. Come suonava la sirena, la corsa fuori dalle case era inevitabile e immediata, per l'istinto di sopravvivenza e di attaccamento alla vita. Solo i vecchi, rassegnati e stanchi restavano in casa. Non ce la facevano più a correre fuori. Dovevano portarli in spalla o a braccia. Era diventato un incubo, quel rombo di motori. Eppure erano rombi di motori amici (dicono), i quali venivano a salvare anche i civili campagnesi e i loro ospiti che fuggivano dai loro paesi più esposti nella piana, prima dai nemici tedeschi, e poi dagli amici americani...i quali a sentir loro, bombardavano e mitragliavano solo obiettivi militari.

Quel giorno, del 17 settembre del 1943, raccontavano gli anziani, gli americani bombardarono per un'ennesima volta la Città di Campagna. I tedeschi, decimati erano già in ritirata. Erano rimasti solo alcuni gruppi di militari, più che altro spaventati e disorganizzat, nascosti tra i boschi e in qualche vicolo della città. Per sbaglio, quel giorno, rimasero uccisi oltre centosettanta civili, tra cittadini campagnesi e di altre località vicine, finanche alcuni napoletani. Per sbaglio...dicono le cronache, anche quelle più recenti, e lo dice la Storia di quel periodo, di tante carneficine, commesse "per errore", si rifugiarono a Campagna, una città (sede arcivescovile, a guida di monsignor Giuseppe Maria Palatucci) ancora ricca di risorse, malgrado il lento e grave declino in corso, da oltre un ottantennio, a seguito dell'unità d'Italia, ricca di mulini, di cartiere, di concerie, di oleifici e di numerosi forni a legna per la cottura del pane, con una sua centrale lettrica autonoma che sfruttava le acque dei due fiumi Tenza e Atri. In questa gola dei monti picentini, pensavano, inoltre, di essere più protetti. Ma così non fu. Quel giorno, facevano la fila vicino a uno dei due forni a legna funzionante, ubicato a dieci metri dal Palazzo Comunale, in Via Mercato-Largo Arnaldo Cantalupo (oggi Largo della Memoria), per portare a casa un pezzo di pane. Oltre 170 morti (dicono 177), tra donne, uomini anziani, ragazzi e bambini e anche uno degli ebrei internati a San Bartolomeo, nel campo profughi. Una montagna di morti: un massacro. 

Il culmine fu, quando cercarono di smuovere gli umili resti di quella montagna di morti ammassati gli uni sopra gli altri, iniziando a mettere alcuni dei resti dei tanti corpi sventrati, su un carro, che all'improvviso venendo meno i freni, si avviò con estrema facilità, giù per la discesa ripida di Largo Cantalupo, come raccontava il figlio di un medico, che lavotà poi per il Comune di Campagna, andando a sbattere, tra le urla dei sopravvissuti, tra parenti e amici, conro le mura dell'Episcopio, del Palazzo vescovile. Una scena agghiacciante, raccapricciante, macabra, nel suo aspetto tragico, di un'umanità non rispettata, vilipesa, offesa e uccisa con una violenza assurda. 

Un massacro che aveva lasciato il segno di una lunga scia di sangue innocente, non solo nella  Comunità campagnese, ma anche agli altri paesi limitrofi, di quel territorio della provincia a sud di Salerno, tra cui Eboli, Battipaglia, Serre, Salerno, Ponetcagnano, e altri, dai quali molti civili provenivano, per rifugiarsi in quella città invisibile, nascosta in una gola dei Monti Picentini, che evidentemente non bastò, per salvare loro la vita.

L'episodio di mia madre era legato al rifugio verso il Santuario della Madonna d'Avigliano. Si trovava in compagnia dei propri figli, Giacomo, Michele e Bernardo. Mia madre raccontava sempre che Michelino era quello meno spaventato e nella sua piccola saggezza, consigliava a mia madre, agli altri due fratellini ed altra gente estranea, compagna di sventura, di posizionarsi a pancia in giù, quando gli aerei bombardavano, per evitare schegge e vibrazioni pericolose stando in piedi o curvati. E così tanti episodi,  incancellabili dalla mente, dove ognuno aveva da raccontare. Grande fu il suo dolore quando Michelino trovò la morte nel 1945, per una banale bronchite, pochi mesi prima che rientrasse mio padre, tra i pochi fortunati che si diedero alla fuga da quella sventurata guerra, da un campo di concentramento tedesco ubicato nei pressi di Monaco di Baviera (forse Dacau), a piedi scalzi, sanguinanti da ogni parte, camminando come un fantasma in pelle e ossa, con gli occhi lucidi dall’emozione, la barba lunga e incolta. Mio padre che per decisione di Mussolini, dovette fare una guerra indirettamente anche "contro" i suoi fratelli e sorelle maggiori, emigrati molti anni prima negli Stati Uniti nella città di Filadelfia. Mio padre un cittadino umile e onesto, come tanti italiani, un uomo di destra, monarchico (per sentimentalismo),  ma antifascista nell'animo...

                                                                                                                                  (2005)

 

  NELLA CANTINELLA UTOPIA PRIMA DI NATALE

I miei genitori, come tanti genitori italiani che uscivano dalla tragedia della 2a guerra mondiale, mi hanno fatto studiare perché non volevano assolutamente che io, come i miei fratelli, facessimo la loro stessa vita. Risultato? rimpiango i momenti quando vicino al nonno Giacomo, in quelle sere di inverno, mi sedevo vicino al braciere della cantina gestita dai miei, per riscaldarmi, mentre  Vincenzina mia madre, da brava contadina, in un altro locale (dove sul retro c'era la riserva dei vini e il deposito), friggeva il baccalà o le alici, sulla cucina in muratura a carbonella, con l'olio della sua terra, così bella decorata con mattonelle in ceramica della creteria locale, per i clienti seduti al grande tavolo, intenti o a chiacchierare, raccontandosi le loro storie e avventure di guerra, di fantasmi e quant'altro, oppure a giocare a carte, a scopa, a briscola, tresette a perdere o a "padrone e sotto". Mio padre Umberto, invece, o serviva, o partecipava ai giochi e alle chiacchiere...Una cosa è certa, in quelle lunghe serate d'inverno, si sconfiggeva la fame, il freddo e la povertà, unitamente al calore umano e al vino che scorreva a litri.

(2013)

 

ANIELLO C’A  COPPOLA ‘N GAPA

Aniello andava in giro sempre con una coppola storta in testa (un berretto civile alla siciliana, dotato di una piccola visiera e di una cupola tendenzialmente piatta). Era di statura molto bassa, piccolino e con le gambe un po’ arcuate. Fisico normale. Una persona molto umile. Era sposato, e non ricordo se avesse dei figli o meno. Sua moglie, al contrario, era dotata di un’altezza che superava la media delle donne. Sembrava molto alta e robusta, perché al suo confronto, nel contrasto di statura, sembrava un gigante. Era sempre uno spettacolo vederli insieme, mentre scendevano e salivano, per le rampe di via Maddalena, nel quartiere di Zappino. Gli volevamo bene,  anche se nella mente fantasiosa di noi ragazzini, ci chiedevamo, tra una malizia adolescenziale, la curiosità morbosa, mista a un’innocenza dovuta all’età, come facessero, una volta a casa, nell’intimità, a fare all’amore.

Una volta decidemmo di andare a spiare vicino alla porta della loro abitazione. Aspettammo che rientrassero a casa, a una data ora serale, e in sordina, facendo finta di giocare a “soldati e briganti”, ci recammo nel vicolo in salita, di Largo Maddalena, vicino all’ingresso del carcere e delle scuole elementari. La loro era una delle tante vecchie e tipiche case umili di Campagna. Avvicinandoci alla porta d’ingresso, notammo che aveva uno spazio vuoto sotto un rinforzo in legno,  di un paio di centimetri che la separava dalla soglia. Da questo vuoto d’aria, sentimmo chiaramente all’improvviso un mugolio, seguito da una voce femminile che dall’interno, diceva, incitando a tono alto “Anièèè…e ‘ngasa…’ngaasa…’ngaaasa”!!!

Ci guardammo in silenzio esterrefatti,  e al tempo stesso divertiti, immaginando la scena boccaccesca, tra Aniello e sua moglie, e prima che ci scoprissero, ritornammo di corsa giù, dalle rampe del vicolo, per raccontare il tutto agli altri amici, che per un motivo o per un altro, non erano potuti essere presenti al’evento.

(2017)

 

PAUL

Mi trovavo a Piazza Navona,  in una delle mie rentrè da Positano, tra il Bar del Domiziano e la Fontana dei quattro fiumi del Bernini, quando mi sentii chiamare, da una voce chiara, distinta e riconoscibile. Era Paul. Paul Getty J., un caro amico conosciuto a Positano, che come me, alternava i suoi soggiorni, tra la Perla della Costiera Amalfitana, e la Città Eterna, dove viveva con la madre. Mi girai, e ebbi la conferma che si trattava proprio di lui. Si avvicinò salutandomi con affetto, e mi disse se potevo prestargli seicento lire, perché ne aveva bisogno, forse per mangiare, o per altri motivi, affari suoi, dissi tra me e me. Mi ringraziò, dicendomi che quelle seicento lire, me le avrebbe restituite quanto prima, e al tempo stesso mi invitò di andare a trovarlo a casa sua, perché voleva mostrarmi i suoi dipinti. Non lo vidi più. Dopo qualche tempo, seppi dagli organi di stampa, che fu sequestrato dalla 'n drangheta calabrese, e che il nonno, Paul Getty Senior, l'uomo, ai tempi di quegli anni 70, più ricco del mondo, non volle credere, perché pensava che si trattasse di un suo brutto scherzo architettato dai suoi amici, per lui, tutti capelloni e sporchi comunisti, artisti morti di fame, contestatori, e hippye. Infatti la polizia a caldo, iniziò a indagare nella sua cerchia di conoscenze e di amicizie, fino a quando la stampa non parlò chiaramente di .'n drangheta, a seguito dell'orecchio mozzato inviato al nonno, la prova evidente che non si trattava di uno scherzo del nipote, ma di una brutta vicenda tragicamente seria. 

Di recente ho visto anche il film sul sequestro di Paul. L'ho riconosciuto nell'interpretazione di un giovane attore, riportandomi ai ricordi in comune. A tutti i momenti passati insieme. Agli amici che gli vollero bene. Le serate positanesi, passate tra il bar internazionale di Mimì e la trattoria di Gennaro alla Chiesa Nuova, la Via dei Mulini, la Buca di Bacco sulla spiaggia grande e il dopo cena al Quick Silver di Luigi della Kambusa. La scena più raccapricciante è quando gli tagliano l'orecchio. A tale violenza non ho potuto trattenere la rabbia, la tristezza, il dolore, le lacrime, e tutta l'impotenza di un essere umano indifeso, da figlio del popolo che, nel paradosso dei ricordi, aveva prestato 600 lire al nipote dell'uomo più ricco del mondo (ai tempi).

(2017)


TRESSETTE A PERDERE

Con le carte napoletane, me la cavo abbastanza bene a giocare a scopa, a briscola, a scopone scientifico, e a scopa d'assi, ma al tressette a perdere non ho mai capito se vince chi perde, o perde chi vince...Posso solo dire che nella città di Milano, dove "ho dovuto lasciare" tanti cari amici, e un rapporto di lavoro per la mia attività artistica, che doveva solo crescere, mi è parso di essere stato costretto a giocare un'ultima partita, non nei giochi popolari di carte, che conosco molto bene, di quelli che ho elencato, come la scopa, scopone scientifico, e scopa d'assi (variante che giocavo al bar di Oreste, nel cuore di Brera, in orari notturni, che mi fanno ricordare momenti belli trascorsi con gli amici, socializzando con nuove e belle amicizie), ma a tressette a perdere, che non conosco bene, e non ho mai capito se ho "perso" o "vinto"...

Fatto sta, che a un certo punto, rientrato nella mia città natia (una città anche delle bettole, luoghi sociali per eccellenza, ed ora piena di bar), in assenza di giocatori, mi sono ritrovato a giocare a scacchi on line o con il computer, dove una volta nei tornei dal vivo, tra Positano, Milano e la mia città, me la cavavo abbastanza bene, classificandomi quasi sempre tra i primi tre (spesso al terzo posto)...


(2021)


AMORI  ADOLESCENZIALI

Erano quattro le ragazzine che più mi piacevano, nei vari periodi di quell'età che rappresenta il passaggio dall'infanzia all'adolescenza, dai 9 ai  15 anni. Tre di loro, che chiamerò, Nina, Neve, e Assunta, abitavano nello stesso quartiere. La prima nativa, molto benestante, la seconda proveniente da Roma, nipote di un benestante proprietario di un intero palazzo, l'altra invece, la terza, si trovava a pensione da un vicino di casa, di famiglia umile,  proveniente dalla provincia di Potenza, e studiava all'Istituto Magistrale. La quarta, che chiamerò Anna, era la figlia di un appuntato dei carabinieri, il cui fratello, veniva  a scuola elementare con me, con il quale diventai molto amico, per vederla spesso, e tentare di corteggiarla, facendomi invitare a casa sua, che si trovava dall'altra parte del paese, in cima a una lunga rampe di scale (Corso Vittorio Emenuele III, detto Strada Nova"), con la scusa di studiare insieme. 

Più di tutte, ero innamorato di Anna, la sorella del mio compagno di scuola. Avevamo si e no 10/11 anni, il sottoscritto, e lei 9/10 anni. Era bellissima, con due lunghe treccine di capelli neri, pelle liscia, vellutata, bruna. Era sempre sorridente e allegra. Quando la vedevo, era come un raggio di sole, il cuore mi batteva forte dall'emozione. Non ebbi mai il coraggio di farglielo capire. Si eravamo amici, Forse perché ero troppo timido. A quell'età, si sa, impera l'amore platonico. E cos fu. Anna, mi è rimasta sempre nel mio cuore e nella mente, con tutta la sua famiglia, suo fratello, suo padre, una gran brava persona, e la mamma, sempre gentile, dolce e premurosa, con i propri figli e gli amici dei loro figli...

(2021) 

GINO

Gino (il nome del nostro caro amico, ed è stato scritto nella storia, in attesa di pubblicarne un libro, e di organizzare un convegno), che amava tanto raccontare le barzellette, malgrado la sua disabilità di ipovedente, per la cronaca locale (per chi non lo sa, o per chi ha "dimentcato"), per paradosso, ha fatto da guida ai tanti artisti e critici d'arte, venuti da ogni parte d'Italia, e del mondo, invitati dal sottoscritto. Li accompagnava, da Largo Sant'Antonio (ingresso della città, dove si fissavano gli appuntamenti), al Museo di San Bartolomeo (un tragitto non facile, per un "non vedente", a piedi o in auto), per dare un loro contributo creativo, e scientifico, in occasione del recupero e della trasformazione della Chiena, in Opera d'Arte e Spettacolo, dal 1985, al 1994...allacciando anche rapporti di amicizia con alcuni di loro, che ancora oggi sono vivi nella memoria, in un rapporto che dura da anni.

Un ipovedente che ha fatto da "faro" a tanti artisti, anche in quelle caldi notti estive. Tutte le volte che lo sentivo arrivare con gli ospiti, entrando nel Convento, e mi chiamava, per avvisarmi, per me, coordinatore artistico responsabile, era sempre una bella sorpresa. Un ruolo, il suo, che ha sempre svolto egregiamente, con umiltà, con passione e puntualità.

(2021)

LA VITA

A cosa serve l’esperienza se non si ha più l’età, per non ripetere più gli stessi errori?

(2020)

IL POPOLO

Il vero popolo unito è "daltonico", dove ogni cittadino pur vedendo "colori diversi" nella libertà di pensiero, è accomunato in un unico obiettivo.

(2021)


INVIDIA E GELOSIA

Un atteggiamento tipico dell'invidioso è quello di non dare l'impressione di esserlo: fingere di non essere geloso nella sua lucida “follia”, pur di non affrontare il problema. Tenta di imitarti., dopo che di te racconta peste e corna. Se una persona è invidiosa di te potrebbe anche spingersi a tal punto da cercare di imitarti, o tentare addirittura di sostituirsi a te, appropriandosi delle tue cose come se fossero sue, finanche dei tuoi amici più cari tentando di plagiarli, spinto da una sorta di bipolarismo incontrollabile della personalità, che lo porta a poco alla volta verso l'autodistruzione.

Come disse un mistico (riportato da Battiato in un'intervista): "l'ideale per un uomo di cultura, per passare inosservato, sarebbe non farsi invidiare da nessuno ". 

(2021)

MARIA ROSA e RAFFAELE (Faluccio)

Mariarosa e Raffaele (per gli amici Faluccio) li conoscevano tutti in paese. Lei era friulana, e non si capisce come avesse fatto ad arrivare dal lontano Friuli, in Campania, e precisamente a Campagna in provincia di Salerno, e lui nativo del luogo, con l'aria un pò da "guappo" di cartone, viveva di espedienti vari, tra cui piccole truffe e furti vari, e veniva considerato un poco di buono. In genere era dal Sud che ci si trasferiva al Nord, in cerca di fortuna e di lavoro, soprattutto in quel dopo guerra, durante il boom economico degli anni 60. Fatto sta, che era una coppia affiatata, dove era lei a decidere le sorti della famiglia. Mi ricordo quando Faluccio, incontrando il sindaco sotto casa sua nel Palazzo Ducale a Zappino, gli presentò orgoglioso la sua dolce metà. Il sindaco rimase contento di questa conoscenza, senza risparmiarsi però, di dire a Faluccio, con tono paterno e autorevole, sapendo della sua vita ai margini della comunità e dei suoi precedenti, il quale spesso trascorreva brevi periodi nel carcere del paese, di fare finalmente il bravo ragazzo, di responsabilizzarsi e di voler bene alla sua compagna.  In casa purtroppo, come una buona parte delle famiglie meno abbienti e nullatenenti, non si registrava nessuna entrata economica consistente per condurre una vita dignitosa, e ben presto la coppia si trovò in gravi difficoltà, con il solito Raffaele che viveva di espedienti, o di qualche giornata dietro i mastri muratori. la cui paga giornaliera, quando risuciva a lavorare, non bastava nemmeno a pagare l'affitto. La Curia Vescovile, nella sua opera di beneficenza nei confronti dei poveri della comunità, insieme al Sindaco, poteva fare ben poco, oltre che ad aiutarli con i pacchi alimentari. 

Lei, la Maria Rosa, ben presto, da bella e brava friulana qual'era, dal carattere fermo e deciso, si stancò di fare la "donna di casa" che aspettava il marito rientrare la sera a mani vuote, per cucinare, che spesso, o non lavorava, o rassegnato, non andava nemmeno più a cercare lavoro, dedicanddosi al gioco delle carte, il passatempo preferito dei nullafacenti disoccupati e dei pensionati. Autonomamente, o forse anche consigliandosi con lui, decise di dare una svolta alla sua e alla loro vita insieme, recandosi in un luogo non luogo, non lontano da Campagna, ubicato tra Eboli e Battipaglia, su una strada trafficata che portava a Salerno, postandosi nei pressi di una fontana storica, forse di epoca borbonica,, per svolgere il mestiere più antico del mondo. Così la sera, invertendo i ruoli, era Raffaele ad aspettare il rientro della moglie a casa.  Svolse tale attività per tutta la vita, fino a quando l'età lo rese possibile. Ma come tutte le bellezze, la sua gioventù iniziò a svanire, Infatti, invecchiando, un bel giorno decise di accudire con le pulizie i bagni pubblici del paese, portando comunque a casa la pagnotta, mentre Raffaele, invecchiato anche lui, spinto dalla moglie, ormai stanca, smise di giocare a carte e a fare il "guappo", o di stare in casa, e dato che i guadagni non erano più quelli di una volta, si mise a lavorare con ogni tipo di mestiere, dal manovale al facchino, senza battere ciglio, nel pieno rispetto della sua compagna. 
(2021)

A CINQUE ANNI

Mi ricordo come se fosse ieri, bambino di cinque anni, con un grande boccolo di capelli castani, lunghi e ricci, dai lineamenti delicati, come mi diceva sempre mia madre, da sembrare una bambina. Molte donne che si trovavano a passare davanti al negozio di alimentari dei miei genitori, dove spesso nelle belle giornate estive iniziavo a uscire per giocare, o da solo o in compagnia, si fermavano incantate a guardarmi con il punto interrogativo, chiedendosi se fossi un maschietto o una femminuccia. Anzi per alcune, di sicuro ero una bimba, e dicendomi ciao bella bimba come ti chiami?  Per altre, l'unico modo per appurarlo era quello di esplorare con le mani, toccandomi sotto i pantaloncini. Quando all'improvviso si trovavano tra le mani il pisellino, andavano meravigliate in escandescenze, esprimendo stupore e gioia. Erano in buona fede? In malafede? Non lo so, ma fatto sta che, dopo i primi tempi di questa storia, in cui forse provavo anche piacere, con il ripetersi, iniziarono a darmi fastidio, facendomi sentire come un pupazzo di stoffa, fino al punto che dopo i primi lamenti, una volta le urlai di smettere per sempre...battendo i piedi per terra. 
(2021)

LA CUGINA CHE VENIVA DA LONTANO

Per un certo periodo, furono ospiti nella casa paterna e del nonno, la zia vedova di un mio zio fratello di mio padre, maresciallo scelto dell'esercito regio, più grande di qualche anno, che morì giovane, a seguito di una caduta da cavallo, come mi raccontavano sempre i miei, insieme alle sue due figlie, mie cugine, molto più grandi di me, bambino di cinque/sei anni.
Una mattina recandomi nella bella camera da letto dei  miei, dove dormivano gli ospiti, da bambino curioso, mi sentii chiamare da una voce gentile e affettuosa. Mi trovavo in piedi vicino a uno dei due grandi specchi dell'armadio, e ammaliato da quella voce mi girai a guardare verso il letto, e con grande sorpresa vidi la più grande delle due cugine seminuda, con le lenzuola scoperte, mentre con la mano indicava il suo sesso tra le sue cosce bianche, sorridendo con malizia. Seguendo l'indicazione della sua mano, vidi qualcosa a me sconosciuto, ma che da subito suscitò una grande curiosità, tipica di un bambino, mista a una gioia inspiegabile, perchè notai una massa nera tutto intorno. Era la vulva di mia cugina, una ragazzina ancora minorenne, ma che aveva già il suo sesso sviluppato. Restai lì incantato a guardarmela, in quel gioco morboso ma innocente, mentre si trastullava con disinvoltura e con sensualità da adolescente, e mi chiamava per nome. Quella fu la prima volta, che con il senno di poi, vidi una vulva contornata da peli, per me un "oscuro oggetto di gioco, e con il passare degli anni, di desiderio". 
(2009)

A  CACCIA  DI  LUCERTOLE

Non sopportavo quando i miei compagni d'infanzia andavano a caccia di lucertole. Prima le catturavano con il salice piangente, e poi le appendevano con le zampette a un muro per ammazzarle con l'arco e le frecce,giocando al tiro a segno. Ogni lucertola centrata, si sentiva un urlo di gioia. Non sopportavo quel loro istinto sadico nel veder soffrire quei piccoli e pacifici rettili che durante le belle giornate di sole se ne stavano appisolate godendosi i caldi raggi. Andavo con i miei compagni, solo perché volevo salvare queste innoque e simpatiche bestioline, e spesso litigavo con qualcuno che insisteva ad ucciderle...
(2004)

LA JEEP A STELLE E STRISCE


LA BAMBOLA


I BAGNI  AL  FIUME


L'UCCISIONE DEI MAIALI


QUANDO VIDI PER LA PRIMA VOLTA IL MARE

Quando vidi per la prima volta il mare, mi trovavo con i miei compagni di viaggio, in un pullman della SITA, che ci portava alla colonia marina di Salerno, organizzata dal Coumune di Campagna. Una visione stupenda che niente aveva a che fare con in nostri fiumi dove imparavamo a nuotare, come il Sciumare e la Chiatrella, o come il Chiatrone, per gli altri ragazzi dei quartieri  a sud di Zappino. Vidi il mare per la prima volta, quando arrivammo a Mercatello alle porte della città, alzandomi incantato dal sedile dove ero seduto. Tentai un paragone con il fiume, quando vidi quella vasta distesa d'acqua infinita, con la classica linea dell'orizzonte, ma i conti non tornavano. L'acqiua era tanta, troppa per noi poveri bambini, piccoli montanari, dell'entroterra nativi di un paese ubicato nella gola dei Monti Picentini. Tutti gli amici urlavano dalla gioia dicendo " 'o mare", " 'o mare"....invasi dalla gioia, e da quello che ci poteva aspettare una volta giunti a destinazione in una scuola elementare, dove venivamo alloggiati per tutto il periodo della colonia, con i agni che facevamo in uno dei lidi balneari di Pastena...  

I GIOCHI POVERI


CARROZZELLE E MONOPATTINI


LA CASA CADUTA


LA GROTTA DEI BRIGANTI

Per noi ragazzini di Zappino, le strade per andare alla Grotta dei Briganti, erano due. Una, più corta, ma anche complicata e avventurosa, scendendo da Porta Fiera (Porta Fezza), superando un invaso, dove facevano il bucato le donne, chiamato 'o vuddulone,  dal letto del fiume Atri, arrampicandosi in verticale, alla Tarzan, a zig zag, lungo una scarpata perpendicolare alla grotta, tra erbacce, alberi, terreno e roccia aiutandosi con i pedi e aggrappandosi con le mani, L'altra, una vera e propria passeggiata, più lunga, tranquilla, ma molto più comoda, da Via Atri, appena superato il Ponte che, nel sentiero in basso a destra, portava al Sciumare, e salendo a sinistra, porta in un luogo chiamato "Vignola", dove quasi in linea retta, portava diritto alla grotta. Una volta lì, per tutti noi rappresentava sempre una conquista, con la testa imbottita di storie, di dicerie, avventure, leggende, alla ricerca di fantomatici tesori...
(2019)


LA MEDIOCRITA' MASSIFICATA

La mediocrità massificata, anche se di estrazione sociale diversa, quando viene minacciata dal buon senso di una minoranza accorta e competente, si unisce, per difendere la propria ignoranza

(2021)





PEPPINO

Tra una bataglia e l'altra, nella guerra tra quartieri, non so come riuscii una volta, a far prigioniero Peppino, un mio compagno di scuola elementare che abitava sulle rampe di Via San Giacomo, e quindi apparteneva alla banda di Piazza Guerriero ('A Chiazza), il quale aveva la fama di essere uno dei più "feroci" capi. Lui sorridente e coraggioso, con le mani alzate lo portai al primo piano della Casa caduta, il nostro luna park, che faceva anche da rifugio e da quartier generale della banda di Zappino, con i suoi capi, vice capi e semplici guerrieri.  Lo legai, anzi si fece legare, sempre sorridente, e senza fare resistenza, nell'incoscienza di entrambi, a un palo infisso nel muro che dava direttamente su un grande buco scavato durante i periodi di pace, da dove si intravedeva il piano terra, da sette o otto metri d'altezza. Posizione molto delicata, che poteva essergli fatale, perchè se veniva meno la corda con la quale era legato, andava a sbattere direttamente al piano inferiore della grande casa, sopra un cumulo di pietre e sassi, e poteva lasciarci le penne, o quantomeno spezzarsi una gamba o rompersi la testa.

 Per fortuna tutto andò bene. Assorti nei nostri ruoli di "nemici combattenti", feci anche da guardia a Peppino, affinché non fuggisse da quella posizione . Non so quanto tempo restammo nella casa, era il dopo pranzo di una domenica primaverile. Io a fare la guardia e lui a fare il prigioniero, che ogni tanto, ricalcando i film di guerra o i western di Hollywood, con gli indiani, che vedevamo nei nostri due Cinema, il Seminario e il Comunale, mi chiedeva da bere, ed io correvo alla fontana di Zappino a prendere l'acqua. Alla fine, oltre che essere compagni di scuola, diventammo anche amici, e ogni volta che mi recavo nel suo quartiere, per andare a uno dei due cinema, anche in tempo di pace, guardingo, lui spuntava all'improvviso tra gli archi di Via Seminario, per salutarmi, con l'eterno sorriso stampato su quel volto ribelle, contornato da una massa di capelli neri, semiselvaggio, ma simpatico, e mi rassicurava, chiamandomi come a scuola, con il cognome "Riviè", e che fai quà? 

(2022)



IL VIAGGIO A ZURIGO IN AUTOSTOP

Indimenticabile quel viaggio da Roma a Zurigo in autostop, con l'amico fraterno Gelsomino D'Ambrosio (per gli amici Mino), con cui negli anni dell'adolescenza  nel mio quartiere di Zappino, si gareggiava a disegnare sul grande manto di asfalto della piazza. Era quasi la metà del mese di maggio, in prossimità della chiusura dell'anno accademico in Via di Ripetta - Piazza Ferro di Cavallo, sede dell'Accademia di Belle Arti dove frequentavo l'ultimo anno di Scenografia con Toti Scialoia. Era un mese di maggio meraviglioso, tiepido, con un cielo azzurrissimo. Parlandone con Gelsomino, gli dissi, che una volta lì, eravamo ospiti di due care amiche conosciute in precedenza a Roma in Piazza Navona, una fotografa e l'altra appassionata di musica. L'idea gli piacque subito all'istante, e squattrinati come eravamo, con poche lire in tasca, ci avviammo con un sacchetto a spalla con le corde, verso l'autostrada Roma - Milano, ai tempi l'unico modo di viaggiare senza averne la possibilità di pagarci un viaggio in treno. 
                                                                                                                (2026)

I FINTI UMILI

Una cosa che non sopporto in tutta questa storia della psico-pandemia mediatica, che ci ha messi, in modo preoccupante, gli uni contro gli altri, in famiglia, tra amici, tra conoscenti, tra colleghi, dello stesso condominio, dello stesso borgo o paesello e dello stesso quartiere e vicini di casa, sono i finti umili, e cioè quelli che iniziano a parlare dicendo di essere ignoranti, di non essere medici, di non essere virologi, di non essere avvocati o giudici, ecc.,ecc. facendo subito dopo, però, da vili, ipocriti e arroganti quali sono, delle gravi affermazioni, screditando, offendendo, e discriminando gli altri che non ragionano come loro, ponendosi delle domande, tenendo fede ai loro dubbi, a una propria opinione, e alla libertà di scelta.

Decisamente non sopporto questi finti umili che credendosi possessori di chissà quali grandi verità, sanno solo discriminare gli altri che la pensano diversamente, e diventano pericolosi, per se stessi e per la comunità. Per motivi di salute, non mi va più di ascoltarli, di leggerli, di incontrarli, di litigare, perché mi portano solo squallore, grigiore e negatività.....Amo troppo la vita!

 (2021)


I “PROFESSORI”

Un'altra categoria che non sopporto, dopo i finti umili, sono quelli che, in ogni occasione, fanno i "professori", sempre a rimproverare, dopo ogni spiegazione (nel senso che loro sanno tutto, e gli altri, sulle stronzate o meno, che raccontano, hanno problemi di comprendonio 🙂), che da allievi, a scuola, erano sempre i primi della classe, e facevano la spia, segnando i nomi dei compagni più irrequieti, alla lavagna...quando l'insegnante, per un motivo o per un'altro, si allontanava dall'aula...

E' più forte di me: non li sopporto! 🙂

P.S. Ho avuto il dispiacere di fare la conoscenza di un altro prototipo, che mi ha dato un'ampia conferma di quanto scritto: un conoscente, amico di amici, che bazzica intorno al mondo dell'arte...Deprimente. 

(2021)

OGNUNO HA IL PROPRIO DESTINO

 È proprio vero. Ognuno ha il proprio destino. Al mondo, c'è chi copia e c'è chi viene copiato. Ma non è detto che chi viene copiato non copia, con la differenza però che cita sempre la fonte. Mentre chi abitualmente copia, senza mai citare la fonte, non ha rispetto di nulla, manco di se stesso.

È fin dai tempi dell'AA.BB. AA. Corso di Scenografia, che qualcuno mi copia, infatti in sede d'esami di licenza al culmine dei quattro anni, il compagno di banco (il furbetto di turno) copio' letteralmente il mio bozzetto di scenografia. Non gli diedi peso. Mi sentivo (ingenuamente) troppo sicuro di me. Non feci i conti, però, con l'assenza del docente, che in quelle fasi lavorative di maggiore intensità creativa e stesura, si dovette assentare, lasciando al suo posto, nella vigilanza dovuta, l'assistente.

In sede di valutazione, infatti, agli occhi del docente, non presente in sede d'esame, sembro' quasi che il mio bozzetto (riuscitissimo tra l'altro), in una valutazione totalmente errata e ingiusta, risultava il prodotto di una scopiazzatura sul bozzetto del compagno di banco (copione). Voleva quasi respingermi, o per lo meno, valutarmi nel minimo del 18. Per fortuna l'assistente, una persona seria e accorta, con il quale c'era un rapporto implicito e spontaneo di simpatia, gli fece cambiare idea, raccontandogli di come si erano svolti oggettivamente i fatti nella prova d'esame. Soprattutto la mia, in attesa di giudizio personale. 

È vero, il docente cambiò idea, ma non del tutto, decidendo, da parte di entrambi, con i dovuti ragionamenti, in base al comportamento nei quattro anni di studio, per un compromesso con l'assistente. Infatti, invece del 30, come era giusto che fosse, anche per una sorta di giustizia, scaturi il 27. Questo (credo) grazie al mio carattere un po' vivace, ribelle e irrequieto, ma al tempo stesso anche un pò timido, educato e riservato, apparentemente "assente" in aula, che pur nelle "assenze", ero (a modo mio) sempre presente nel corso dei quattro anni, nella mia passione per il teatro, il cinema, e l'arte d'avanguardia, nei miei contatti con la realtà romana (tra p.zza del Popolo e p.zza Navona, tra il Beat 72, gallerie d'arte e cinema d'essai), ma che per il docente, prevenuto nei miei confronti, non bastava, non era sufficiente, a differenza di altri che furbescamente, lo corteggiavano da "primi della classe". Doveva in qualche modo "punirmi". In effetti, sovente entravo in aula, con pochi altri, soprattutto al primo anno, quando la sua lezione terminava, e ci incontravamo lungo le rampe interne della sede-succursale di P.zza Mignanelli a Roma, scambiandoci il buongiorno con disinvoltura. Lui usciva, ed io entravo. Non mi rimproverava mai, tra gli altri, non so perché, ma a quanto pare, annotava.

Chi era il docente? Toti Scialoja. L'assistente? Carlo Battaglia.

(2022)

L'UCCISIONE DI ALDO MORO

Quando Aldo Moro fu ucciso, il nove maggio dalle Br, come esecutori materiali,, mi trovavo a Milano a lavorare come Agente Einaudi. Quando fu trovato morto in via Caetani a Roma, dopo 55 giorni di sequestro, il giorno dopo a Milano ci fu una grande manifestazione di sdegno  contro il terrorismo delle Br, con tutti i sindacati presenti e i partiti dell'arco costituzionale, dalPCI alla DC,  Avevo appena finito il mio lavoro di agente dalle due del o9meriggio alle sette di sera, presso i clienti sparsi nel centro storico della città. Stanco, stressato e affamato, raggiunsi piazza Duomo per prendere il tram numero 15 che mi avrebbe portato a casa. A quei tempi abitavo in via Torricelli, una traversa di Corso San Gottardo, dopo Porta Ticinese, e piazza Ventiquattro Maggio. Dopo un paio di minuti in cui ero in attesa alla fermata, mi accorsi che non passava nessun mezzo pubblico. Chiesi informazione, e mi dissero che erano in sciopero per la manifestazione contro l'uccisione di Moro.  Decisi subito di prendere un taxi, stanco e affamato come mi trovavo, con la voglia di arrivare a casa e riposare, e mi recai in piena piazza Duomo a cercarne uno libero. Fu impossibile. Una lunga fila quanto la larghezza della piazza dirimpetto alla facciata del Duomo in lontananza, era piena zeppa di persone che aspettavano in riga, con pazienza, aspettando il proprio turno, di rientrare a casa. Feci altrettanto. Mi misi in riga, in ordine di attesa.  Dopo nemmeno cinque minuti, arrivò un tizio che scavalcò me e altri quattro o cinque dopo di me chiamando un Taxi che arrivava in quel momento, dirigendosi di corsa con due buste della spesa in mano, per prenderlo, ed entrò senza preoccuparsi di nessuno. . Guardai la fila lunga, prima a sinistra, quasi interminabile, e poi alla mia destra di quelli che venivano dopo di me, per vedere una loro reazione. Macché.  



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