Angelo Riviello Moscato
Chewing Gum: il Viaggio
('A gicomma
americana)
Racconti
Introduzione
Chewing Gum: Il viaggio:...('A Gicomma Americana)...Racconti.
Si tratta di una sorta di puzzle, sull'identità e
memoria, senza inizio nè fine, dove il presente si accavalla al passato, al
futuro e viceversa. Sono racconti, iniziati a scrivere tra il 1977 e il 1978, lavorando sulla memoria, ma anche pensieri, riflessioni, aneddoti, constatazioni e meditazioni, che solo oggi, negli accavallamenti dei periodi (anche di scrittura) cerco di metterli insieme.
Un apparente caos, dove la fantasia, la
voglia di giustizia, la rivendicazione di una dignità, il buon senso, la
sensualità e una realtà, a volte ironica, a volte atroce, può essere una delle chiavi di
lettura.
Una storia, dove (forse) il pubblico si riconoscerà, senza
ipocrisie né falsi sentimentalismi. e/o moralismi di sorta Una storia che mette
sotto accusa, le guerre volute dai potenti della terra, dalla dichiarata e
velleitaria civiltà, acquisita dall'Italia, nel 1861, con l’invasione ad un
paese sovrano, portando sulla coscienza un massacro di circa un milione di
morti, fino ad oggi, con altre invasioni a paesi sovrani di terre lontane, di
altri continenti, per cos dire “non allineati”, con feroci, divertenti e
ironiche critiche agli stereotipi, ai luoghi comuni, e soprattutto al sistema
vigente, dove la parola "democrazia", per non dire
"libertà", è molto, ma molto latitante...Tutto questo in una serie di
racconti sparsi che ho messo insieme, in base alla restituzione della memoria,
anche in momenti non sospetti, preso dai vari impegni quotidiani, o all’alba, che
si sovrappongono senza nessun ordine preventivato, tra un intimismo sociale ed
una realtà oggettiva.
A.R.M.
L'AEREO: "APPARECCHIA AMERICANA"
"...Apparecchia americana mena 'a bomba e se ne va...apparecchia americana mena 'a bomba e se ne va...apparecchia americana mena 'a bomba e se ne va...". Così cantavamo da ragazzini, nelle stagioni estive nella piazza principale del quartiere di Zappino (Largo Giulio Cesare Capaccio), quando il clima ce lo permetteva e sentivamo il rombo forte del rumore di un aereo attraversare quel tratto di cielo sui Monti Picentini che copre Campagna, tra Monte Sant’Elmo e Polveracchio, ricordando i bombardamenti della seconda guerra mondiale, ad opera degli alleati anglo-americani, che i nostri nonni e genitori ci raccontavano, in quelle lunghe sere d’inverno vicino ai fuochi domestici per riscaldarci e nelle cantine, luoghi di ritrovo sociale.
Quel pomeriggio d'estate i ragazzini
di Zappino, che passavano tutto il tempo
in strada, giocando tra i vicoli del quartiere, e nel grande Largo Giulio
Cesare Capaccio, cantavano, gridando più del solito, con altri compagni di
strada dello stesso quartiere e dintorni. Quella volta si aggregarono anche
quelli più grandi.
Ci avevo pensato il sottoscritto, a dare
l'allarme cantando quella volta, alla vista dell'ennesimo aeroplano che passava
sulla nostra cittadina. C'eravamo abituati al rombo assordante dei motori, che
faceva eco in quella gola dei Picentini. Nel suo passaggio veloce e rumoroso,
soprattutto nelle giornate di vacanza estive, l'ombra netta dell'aereo, copriva
quasi tutto l'asfalto della piazza, come un grande mantello grigio. Grigio su
grigio: ombra scura, su asfalto chiaro assolato.
La mia casa a torre era proprio lì, ad
angolo con il centro della piazza, con il negozio di alimentari di mia madre
Vincenzina e la cantina di mio padre Umberto (detto "Marano" ma anche
"Pistola", al piano terra, con il caratteristico pergolato di uva
fragola, che faceva ombra su entrambi
gli ingressi delle attività commerciali e sociali.
Con i miei genitori e i miei due
fratelli più grandi, alloggiavamo al terzo e ultimo piano. Al secondo,
alloggiava il nonno Giacomo e i due studenti in pensione di San Gregorio Magno,
che frequentavano l'istituto magistrale "Teresa Confalonieri", Matteo
e Clemente.
Ad avvistare gli aerei, si dava il turno
(si fa così per dire), nella spontaneità dei comportamenti, con gli altri amici e compagni abitanti di Zappino, nel cuore della piazza, chi nell'ex palazzo ducale della
famiglia Pironti, e chi in altre case sparse, ubicate quasi tutte dirimpetto alla
mia casa. La riserva di questi allarmi, era un altro ragazzo, che con i suoi,
abitava ai margini di Zappino, ai confini con Porta Fiera, detto in dialetto
"Porta Fezza", un altro ancora abitava nel Palazzo Amodio, di fianco
alla Chiesa di Sant’Antonino, e altri ancora sparsi nelle stradine, vicoli e
piazzette interne, come via Giudeca, Piazza Brenta e Dietro Zappino.
Ogni volta che si sentiva il rombo di un aereo avvicinarsi in lontananza, scattava l'allarme. Tutti a correre come pazzi verso Zappino, chi in discesa, da Via Atri, Costa Torre, Maddalena e Sant'Agostino, e chi in salita, da Via Giudeca, Dietro Zappino, Piazza Brenta, Porta Fezza e Via Piè di Zappino, per concentrarsi nello spiazzale dedicato allo storico, letterato e giurista campagnese Giulio Cesare Capaccio, dove ad aspettarli, oltre al sottoscritto, c'erano tutti gli amici e compagni di gioco. Arrivavano isolati o a gruppi, dai quartieri alti e bassi adiacenti, cantinelando a squarciagola "apparecchia americana...". Era un avvenimento importante di partecipazione attiva. Era il nostro inno di battaglia, un gioco, allegro e spensierato, che solo i bambini sanno fare, come conseguenza dei tragici bombardamenti americani, che sconvolsero anche Campagna, la mia città...e come riflesso del mondo adulto, dai racconti dei nostri genitori, dei nostri nonni, dei nostri zii, parenti vari e vicini di casa o di quartiere. Dai racconti, come filone triste, arricchito dalla cultura del vicolo, sia nei periodi estivi, seduti vicino ai treppiedi esterni in ferro battuto, per la cottura dei pomodori in bottiglie, che nei periodi invernali, di sera, vicino ai bracieri, alle cucine a carbone e ai caminetti di casa, o di notte nei numerosi forni a legna, di chi aveva vissuto quei momenti drammatici. Prima con la presenza temuta dei tedeschi, marziali, rigidi e severi, nemici e amici (a secondo dei casi, come raccontava mia madre, che mai avevano importunato le donne del paese) e poi degli americani amici, liberatori e libertini, allegri, ubriaconi e bontemponi...dopo i bombardamenti aerei che provocarono non poche vittime civili, tra donne, anziani e bambini. Secondo la cronaca di quel settembre 1943, sotto il Palazzo Comunale, ubicato nell'ex Convento dei Frati Agostiniani, furono centosettantotto i morti civili di ogni età, tra cui un ebreo internato a San Bartolomeo. Cittadini che in fila aspettavano che uscisse il pane da uno dei forni a legna, ubicati nei pressi del Palazzo Comunale. Uno dei nostri amici più grandi (fratelli maggiori), che ai tempi aveva cinque o sei anni, e che abitava in quel luogo con la madre che gestiva un poliambulatorio, si ricordava di aver visto a bassa quota aerei che sorvolavano il centro abitato, mitragliando addiritttura nelle case Una tragedia, definita poi dalle forze alleate un "errore" (l'ennesimo "errore"), dove dopo il bombardamento, quando tra le macerie si cercava di identificare e di raccogliere i morti, un episodio segnò per sempre la comunità campagnese: a un carro pieno di vittime, fino all'inverosimile, per portarle verso la sepoltura, vennero meno i freni, e dall'alto della salita di Largo Cantalupo, oggi Luogo della Memoria, iniziò a scendere in modo sempre più veloce e senza controllo, verso il Palazzo dell'Episcopio, dove a tutta velocità si frantumò in mille pezzi vicino a un negozio, con avanzi di arti umani sparsi dovunque, misti alle ruote e ad altre parti in legno del carro. Una scena raccapricciante, come raccontavano gli anziani, tra cui un medico di base, che mise in ginocchio l'intera comunità, e dei tedeschi nemmeno l'ombra.
(2005)
LA GRANDE LAVAGNA GRIGIA
Una passione forte per me, era il disegno. Di questa abilità, ne venne a conoscenza tutto il paese. Divenni in pochissimo tempo, quasi una leggenda, nell'immaginario collettivo. Mi facevano sentire, come il Giotto del paese. Disegnavo su tutti i supporti, sulla carta per il baccalà del negozio di alimentari di mia madre, ma prevalentemente disegnavo clandestinamente sui quaderni di scuola e ufficialmente sugli album da disegno "Giotto" o "Raffaello". Le ore preferite per disegnare, non erano solo quelle pomeridiane e serali di casa, ma soprattutto quelle mattutine di scuola, stimolato in questa passione, dai compagni di classe che mi guardavano ammirati. Il mio sogno, infatti, da grande, era quello di fare l'artista. Ma in quest'avventura non ero solo. Oltre a me c'erano altri due amici: Pasquale (Pascale "pesciapagliare"), e Gelsomino (Mimino), che come me provavano una forte passione per il disegno, e anche loro venivano sostenuti e tenuti in considerazione dalla comunità. Pasquale, era considerato come il Cimabue della situazione. Gelsomino, come il Raffaello di Urbino. Ogni tanto tra noi si gareggiava a disegnare, spinti in questa gara dagli amici, ora dell'uno e ora dell'altro. Non c'era ancora la televisione, e questo, era uno dei giochi, individuali, che creavano spettacolo per gli altri. Entrambi di famiglia molto modesta. Pasquale, l'eterno nomade, la sua famiglia cambiava abitazione continuamente, tra la parte storica del paese (Casal Nuovo) e la parte antica il Quartiere di Sant'Agostino e la Cortiglia di Via San Bartolomeo, di un anno più grande di Lilino. Suo padre artigiano, si chiamava Donato, era un costruttore di sedie, un uomo onesto, ma con poca voglia di lavorare e gran bevitore di vino e frequentatore assiduo delle cantine locali. Gelsomino invece, abitava nel centro storico, in Via Mercato, nei pressi del Palazzo Municipale (ex Convento dei frati agostiniani), di un anno più piccolo di me, più fortunato di famiglia, infatti suo padre faceva il bidello ed era una persona gentile, molto tranquilla e laboriosa, tutto casa e lavoro. Le loro madri, poi, erano due donne tipiche di Campagna, dolcissime, dal carattere molto forte e lavoratrici infaticabili. Due mamme meravigliose, come tutte le nostre mamme.
Gradualmente divenni molto amico sia dell'uno che dell'altro, ma cosa strana, tra loro due non nacque una grande amicizia, tanto che ancora oggi, non riesco a spiegarmi il perché. Personalmente provavo molto slancio verso gli amici. Caratterialmente, mi trovavo bene sia con l'uno che con l'altro. Spesso, dovevo dividermi, tra i due.
Quel pomeriggio estivo di sabato, con i miei amici di Zappino, in largo Giulio Cesare Capaccio, aspettavo Gelsomino. Veniva a sfidarmi in casa. Era il suo turno. Non si sa da chi dei due, partì la proposta di sfidarsi, in una gara infinita senza premi, se non la soddisfazione di esibirsi in un luogo pubblico, incoraggiati dal tifo dei rispettivi ammiratori e tifosi. Verso le 15, lo vedo arrivare serio, sorridente e dondolone, con le sue gambe lunghe e magre, insieme ad altri ragazzi del suo quartiere, tra i quali c'era anche suo cugino Vito, che venne a chiamarmi sotto la finestra di casa, che al contrario di lui, era piccolo, camminava a scatti e a passettini veloci. Gareggiando fuori casa, e sapendo di sconfinare in un'altra zona, si era portato i suoi compagni di quartiere, per sentirsi, forse, più protetto sia fisicamente che psicologicamente, per l'imprevedibilità dei comportamenti dei miei amici "zappinari", in caso di una sua vittoria, o semplicemente per compagnia, o, come era più logico, dato che si trattava di una sfida, di essere incitato dai suoi a destreggiarsi con disinvoltura, e tentare di superare in bravura l'avversario, che ero io.
Al via, l'intero Largo Giulio Cesare Capaccio, in un attimo, si trasforma da un lato, in un'enorme grande lavagna grigia e dall'altro in una grande platea. Entrambi in pantaloncini corti, con le bretelle, il gessetto bianco in mano, e giù di corsa a disegnare segni e linee infinite, su quel grande supporto, a mò di tappeto, che si presentava infinito ai nostri occhi, tra l'incitamento dei compagni. Le nostre mani, per l'impegno assunto, per la dignità di ognuno, e per l'alta concentrazione, andavano veloci con estrema disinvoltura, come se fossero guidate da forze sovrannaturali e invisibili. La sfida era molto sentita, la suspense era alta. Eravamo comunque, entrambi emozionati e al tempo stesso gratificati dal tifo delle opposte fazioni. Instancabili e felici, anche se durante la gara non ci davamo nessuna confidenza, e non eravamo per nulla arrendevoli. Eravamo dei piccoli "professionisti" seri, cimentati in un duello leale, che sembrava non avere mai fine. Ma non ce ne fregava nulla. Era la nostra passione a dettare una linea di comportamento, e poi non eravamo soli, ma in allegra e chiassosa compagnia, che fra loro scommettevano sul più bravo. Ma non ho mai capito, quale fosse il loro metro di giudizio. Dovuto senza dubbio all'amicizia. Per questo che alla fine, a vincere non era mai nessuno dei due, in quelle gare estive infinite senza premi. Si finiva sempre in parità. Nel senso che ognuno dei gruppi, restava convinto delle proprie idee. Io ero il più bravo per i miei amici, e l'altro era il più bravo per i suoi amici come lo era Pasquale per i suoi, quando veniva il suo turno. Con la differenza che gli amici di Pasquale erano trasversali, nel senso che appartenevano a diverse zone di tre quartieri, tra Zappino-Porta Fezza, Cortiglia-Sant'Agostino e Vescovado Casale Nuovo. Era trasversale, perché gran parte del suo tempo, lo passava a Zappino, con suo padre nella bettola dei miei, e spesso cenavamo insieme, e dove aveva altri amici, come Gerardo e Antonino, e abitava comunque, in una situazione strategica, tra gli altri quartieri, in modo da avere amicizie sparse un pò ovunque.
(2005)
IL
CAVALLUCCIO
Per un certo periodo, veniva in casa ad aiutare mia madre nei lavori domestici (dato che era molto impegnata, specie il sabato e la domenica, nella bettola e nel negozio di alimentari) una ragazza, figlia di un uomo che lavorava come facchino per tutto il paese, soprannominato "filetto". Era una bella ragazza mora, intorno all'età di diciotto, venti anni, di altezza un po’ più della media, capelli lunghi neri leggermente ondulati, occhi scuri, fisico asciutto, scultoreo, generoso nelle sue forme mediterranee, che chiamerò Maria.
Anche
quel pomeriggio di sabato, Maria, venne a casa per fare le pulizie. Mia madre
mi affidò in sua custodia più del solito, e, quando tutti furono usciti da
casa, mi portò nella camera del nonno, situata al secondo piano. Siccome lei
era la “grande” che “capiva tutto”, ed io il “piccolo” che “non capiva niente”
(non aveva poi tutti i torti), nel suo solito modo di sussurrare le parole sottovoce con dolcezza
come se fosse un segreto. Si sedette su una sedia, mi prese in braccio,
facendomi accomodare sulle sue ginocchia, con il mio viso che dal basso verso
l’alto incontrava i suoi seni, belli, grandi, tondi e sodi (che per me erano
solo due strani e comodi oggetti caldi e gonfi come una palla attaccati al
petto, dove, felice potevi appoggiarci la testa e stare rilassato), dicendomi
che mi cantava la canzone del “cavalluccio” (canzone-filastrocca molto in voga
ancora adesso presso tutte le nonne e alcune mamme del paese) e che bisognava
dondolarsi avanti e indietro, e che io dovevo seguirla nei suoi movimenti.
L’idea del gioco mi piacque subito a tal punto, che non vidi l’ora di cominciare.
L’attesa non fu lunga; infatti, dopo
avermi spiegato con parole sue elementari in che cosa consisteva il gioco e che
aveva intenzione di fare (almeno all’apparenza) e cosa dovevo fare, si prese a
dondolare il corpo con tutta la sedia, ed io portato dietro di lei ridendo
molto divertito:
“Seca seca mastu ciccio
Na panella e nu saciccio
U saciccio nu mangiamo
E a panella 'n già
stipamo
'N già stipamo pe
Natale
E Natale è già venuto
E a panella è già
fenuta
Mentre si andava su e giù con i corpi
con la sedia, canticchiando questa filastrocca, notai che lei si alzava a poco
a poco la gonna, una di quelle gonne larghe e lunghe che si portavano una
volta, fino ad arrotolarla quasi tutta sulla pancia, all’altezza dell’ombelico,
mostrandomi le cosce scoperte, bianche, enormi, e, offrendomi (sempre in quella
dimensione “del non capire” da parte mia) la sua vulva, bella, grande, superba,
matura, e, con tanti peli neri che la incorniciavano. A questo punto, le sue
mani si avvicinarono alla patta (la “vrachetta”) dei miei pantaloncini, la
sbottonò molto lentamente, con maestrìa e disinvoltura, e con molta grazia, fra
un dondolio e l’altro, con il mio viso che si schiacciava sempre contro i suoi
grandi seni per effetto del rinculo, prese con delicatezza tra le mani il mio
piccolo pene, manipolandolo da tutte le parti, toccandolo soprattutto nella
zona della cappella, sperando così di farlo indurire. Quasi mi fece una masturbazione,
accarezzando il membro dai testicoli alla cappella. Riuscì a farlo
indurire. Intanto ci si dondolava sempre, con ritmo cadenzato, avanti e
indietro. Le sue dita adesso, cercavano di indirizzarlo verso l’ingresso della vulva per la penetrazione. E così fu. Ero molto felice. Il gioco mi piaceva. La canzone mi piaceva
sempre più, il dondolio anche, e, specialmente quelle sue “strane” manovre sul
suo e sul mio corpo.
Il tutto mi procurava una gioia
indescrivibile, era un bel gioco, semplice e naturale, sempre più in crescendo,
però sentivo, con un sesto senso che hanno solo i bambini, che c’era qualcosa
che non andava, che era un’azione fatta quasi di nascosto, intrigante, a bassa
voce, quasi in silenzio, un segreto che doveva restare tra me e lei…la Maria. Infatti, quando sentì un rumore sulle scale di legno, di qualcuno che saliva al piano superiore, dove dormiva il nonno, lei all'improvviso smise di giocare, con mia grande meraviglia, si aggiustò la gonna, e con dito sulla bocca, adagiandomi sul pavimento, mi disse di fare silenzio. E così fu, nella più totale disinvoltura, con la mia innocente complicità.
(2005)
GUERRA
E PACE
Quando si gareggiava in certe competizioni individuali, come disegnare sull'asfalto, con il pubblico che partecipava, alternate alle partite di pallone (dove in detto sport, sia io, Gelsomino, che Pasquale, eravamo dei disastri), vuol dire che nell'intera cittadina, tra gli opposti quartieri, del centro antico e del centro storico, a loro volta, divisi in zone alte, medie e zone basse, con le varie alleanze temporanee di vicinato, e spesso capitavano anche i tradimenti e i doppi giochi che si apprendevano al Cinema, si stava vivendo un periodo di pace. Si, perché, in genere si era quasi spesso in guerra, anche per vincere la noia. Zappino e Via Atri contro La Piazza e il Vescovado. il Corso contro la Strada Nuova. Il Mercato contro la Via Trinità e Casal Nuovo, e così via. La Parrocchia, contro tutti. Questi però, non sconfinavano mai dal loro quartiere. Erano sempre soli, come una sorta di repubblica a parte. Non potevi minimamente avvicinarti al loro quartiere, lungo la Via di San Bartolomeo. Una strada senza uscite. Una strada che finiva alle pendici del Castello Aragonese Gerione. Non appena arrivavi all'altezza della Fontana in località Cortiglia, che rappresentava un pò il confine, con le zone medio basse, che per noi, erano quelle più civilizzate, ti sentivi arrivare, degli alt con voce aggressiva, dei vaffanculo e bestemmie varie, seguiti da una mitragliata di pietre e sassi. Per noi tutti, erano gli indigeni più montanari e i più intrattabili di Campagna, dai modi rozzi e dal linguaggio molto scurrile e minaccioso, con un dialetto che assomigliava più al lucano che al campano, dove noialtri indigeni, sempre montanari, eravamo un pò meno rozzi, un pò più "fini", ma pur sempre abitanti di una gola dei monti Picentini. Ubicazione posta al centro del mondo.
I Parrocchiani sapevano difendere la loro
postazione, quando noi dei quartieri bassi, anche alleandoci tra noi, ogni
tanto tentavamo di espugnarla, per dimostrare il nostro coraggio e la nostra
forza. Ma era inutile, perché mancavamo di strategie, e in fondo eravamo anche
un pò pigri. Eravamo consci del fatto, che non si potevano accerchiare. Per
farlo, dovevamo fare un lungo giro per via Romanelle, che dalla parte opposta
ti portava al Castello Aragonese Gerione. Bisognava però attraversare l'altra
linea nemica della Piazza, arrivare dagli altri indigeni di Casal Nuovo,
arrivare alla Concezione, attraversare Ponte Dauli, e arrampicarsi su per il
sentiero di montagna, una lunga scarpata che ti portava al Castello dalla parte
opposta, per poi scendere in silenzio verso la Parrocchia: una faticaccia.
Senza prevedere il fatto, che una volta in cima
ci potessero essere delle sentinelle di guardia, che una volta
avvistatoci, senza nessuna pietà, ci avrebbero scaricato addosso tutte le
pietre del rudere, che erano tantissime e infinite, per noi, alla stessa tregua
degli antichi guerrieri, che con le pentole di olio bollente, difendevano la
Bastiglia dai nemici assalitori. Era molto pericoloso. Infatti ogni tanto
qualcuno si ritirava a casa, zoppo, con la testa e le ossa rotte. I Parrocchiani,
gli unici a sapersi difendere, attaccando, grazie alla loro posizione, senza
aver subìto mai una sconfitta. Attaccavano, restando sempre tra le loro mura,
anche quando andavamo noi dei quartieri bassi, in tempi di pace, nel periodo di
maggior calura estiva, a fare i bagni nudi al Sciumare e alla Chiatrella, che
si trovavano ubicati, nel Fiume Tenza, quasi sotto il loro quartier generale.
Dalle loro finestre e balconi, arrivavano urla di minaccia, pietre, oggetti
vari contundenti, e a volte anche colpi di fucile e di pistola. Indubbiamente,
gli abitanti del quartiere di San Bartolomeo, il quartiere più antico della
città, sono sempre stati i più ostici, i più testardi e i più uniti, nella loro
piccola comunità, posta in alto ai margini di Campagna, verso nord est. Erano
sempre in guerra con tutti, anche in tempi di pace.
(2005)
La Cantina di mio padre, in società con mia madre, che fu dei miei nonni paterni, ha rappresentato per me una fonte inesauribile di informazioni, una vera fucina di storie e di racconti di ogni genere, soprattutto nei periodi invernali. Racconti tra la fantasia e la realtà di un vissuto, allegre o tristi, che spaziavano dai ricordi personali a quelli collettivi che avevano segnato momenti salienti della vita di Campagna e dei campagnesi, dalle storie di fantasmi e di ossessi a quelle della seconda guerra mondiale. Un vera fucina di esperienze. Una sorta di biblioteca orale. Queste storie avevano anche un orario. Dalla mezzanotte in poi, quando i bambini (in prevalenza ero io), e le donne (mia madre) andavano a letto, le storie iniziavano ad essere audaci con le esperienze erotiche di ognuno dei maschi presenti. Ma io preferisco ricordare quelle a cui assistevo e ascoltavo, negli orari di prima serata, affascinato e concentrato sui loro linguaggi e sulla loro suspense. Mio padre era uno di questi, che con un bicchiere di vino in più, diventava molto loquace. Ma anche mia madre non scherzava, quando le veniva voglia, a volte, di restare e di raccontare qualcosa.
Quella sera d'inverno, ascoltai a più
voci, una storia tragica, molto triste, ambientata in piena seconda guerra
mondiale, durante l'occupazione tedesca e l'arrivo degli americani. Una storia
che aveva traumatizzato l'intera comunità campagnese e paesi vicini. A parlare
non era solo mia madre, ma anche mio nonno ed altri presenti. Insieme composero
un collage.
Le incursioni aeree furono numerose, in quella tremenda fine estate del 1943, compreso i raid aerei, in cui gli americani mitragliavano finanche nelle abitazioni civili. Altro che obiettivi militari. Non si dormiva più. La paura era la compagna inseparabile di quei giorni e di quelle notti infinite. Ogni rombo di motori provocava il panico e nuovi traumi. Come suonava la sirena, la corsa fuori dalle case era inevitabile e immediata, per l'istinto di sopravvivenza e di attaccamento alla vita. Solo i vecchi, rassegnati e stanchi restavano in casa. Non ce la facevano più a correre fuori. Dovevano portarli in spalla o a braccia. Era diventato un incubo, quel rombo di motori. Eppure erano rombi di motori amici (dicono), i quali venivano a salvare anche i civili campagnesi e i loro ospiti che fuggivano dai loro paesi più esposti nella piana, prima dai nemici tedeschi, e poi dagli amici americani...i quali a sentir loro, bombardavano e mitragliavano solo obiettivi militari.
Quel giorno, del 17 settembre del 1943, raccontavano gli anziani, gli americani bombardarono per un'ennesima volta la Città di Campagna. I tedeschi, decimati erano già in ritirata. Erano rimasti solo alcuni gruppi di militari, più che altro spaventati e disorganizzat, nascosti tra i boschi e in qualche vicolo della città. Per sbaglio, quel giorno, rimasero uccisi oltre centosettanta civili, tra cittadini campagnesi e di altre località vicine, finanche alcuni napoletani. Per sbaglio...dicono le cronache, anche quelle più recenti, e lo dice la Storia di quel periodo, di tante carneficine, commesse "per errore", si rifugiarono a Campagna, una città (sede arcivescovile, a guida di monsignor Giuseppe Maria Palatucci) ancora ricca di risorse, malgrado il lento e grave declino in corso, da oltre un ottantennio, a seguito dell'unità d'Italia, ricca di mulini, di cartiere, di concerie, di oleifici e di numerosi forni a legna per la cottura del pane, con una sua centrale lettrica autonoma che sfruttava le acque dei due fiumi Tenza e Atri. In questa gola dei monti picentini, pensavano, inoltre, di essere più protetti. Ma così non fu. Quel giorno, facevano la fila vicino a uno dei due forni a legna funzionante, ubicato a dieci metri dal Palazzo Comunale, in Via Mercato-Largo Arnaldo Cantalupo (oggi Largo della Memoria), per portare a casa un pezzo di pane. Oltre 170 morti (dicono 177), tra donne, uomini anziani, ragazzi e bambini e anche uno degli ebrei internati a San Bartolomeo, nel campo profughi. Una montagna di morti: un massacro.
Il culmine fu, quando cercarono di smuovere gli umili resti di quella montagna di morti ammassati gli uni sopra gli altri, iniziando a mettere alcuni dei resti dei tanti corpi sventrati, su un carro, che all'improvviso venendo meno i freni, si avviò con estrema facilità, giù per la discesa ripida di Largo Cantalupo, come raccontava il figlio di un medico, che lavotà poi per il Comune di Campagna, andando a sbattere, tra le urla dei sopravvissuti, tra parenti e amici, conro le mura dell'Episcopio, del Palazzo vescovile. Una scena agghiacciante, raccapricciante, macabra, nel suo aspetto tragico, di un'umanità non rispettata, vilipesa, offesa e uccisa con una violenza assurda.
Un massacro che aveva lasciato il segno
di una lunga scia di sangue innocente, non solo nella Comunità campagnese, ma anche agli altri
paesi limitrofi, di quel territorio della provincia a sud di Salerno, tra cui Eboli, Battipaglia, Serre, Salerno, Ponetcagnano, e altri, dai
quali molti civili provenivano, per rifugiarsi in quella città invisibile, nascosta in una gola dei Monti Picentini, che evidentemente non bastò, per salvare loro la vita.
L'episodio di mia madre era legato al
rifugio verso il Santuario della Madonna d'Avigliano. Si trovava in compagnia
dei propri figli, Giacomo, Michele e Bernardo. Mia madre raccontava sempre che
Michelino era quello meno spaventato e nella sua piccola saggezza, consigliava
a mia madre, agli altri due fratellini ed altra gente estranea, compagna di
sventura, di posizionarsi a pancia in giù, quando gli aerei bombardavano, per
evitare schegge e vibrazioni pericolose stando in piedi o curvati. E così tanti
episodi, incancellabili dalla mente,
dove ognuno aveva da raccontare. Grande fu il suo dolore quando Michelino trovò
la morte nel 1945, per una banale bronchite, pochi mesi prima che rientrasse
mio padre, tra i pochi fortunati che si diedero alla fuga da quella sventurata
guerra, da un campo di concentramento tedesco ubicato nei pressi di Monaco di
Baviera (forse Dacau), a piedi scalzi, sanguinanti da ogni parte, camminando
come un fantasma in pelle e ossa, con gli occhi lucidi dall’emozione, la barba
lunga e incolta. Mio padre che per decisione di Mussolini, dovette fare una
guerra indirettamente anche "contro" i suoi fratelli e sorelle
maggiori, emigrati molti anni prima negli Stati Uniti nella città di
Filadelfia. Mio padre un cittadino umile e onesto, come tanti italiani, un uomo
di destra, monarchico (per sentimentalismo),
ma antifascista nell'animo...
(2005)
I
miei genitori, come tanti genitori italiani che uscivano dalla tragedia della
2a guerra mondiale, mi hanno fatto studiare perché non volevano assolutamente
che io, come i miei fratelli, facessimo la loro stessa vita. Risultato?
rimpiango i momenti quando vicino al nonno Giacomo, in quelle sere di inverno,
mi sedevo vicino al braciere della cantina gestita dai miei, per riscaldarmi,
mentre Vincenzina mia madre, da brava
contadina, in un altro locale (dove sul retro c'era la riserva dei vini e il
deposito), friggeva il baccalà o le alici, sulla cucina in muratura a
carbonella, con l'olio della sua terra, così bella decorata con mattonelle in
ceramica della creteria locale, per i clienti seduti al grande tavolo, intenti
o a chiacchierare, raccontandosi le loro storie e avventure di guerra, di
fantasmi e quant'altro, oppure a giocare a carte, a scopa, a briscola, tresette
a perdere o a "padrone e sotto". Mio padre Umberto, invece, o
serviva, o partecipava ai giochi e alle chiacchiere...Una cosa è certa, in
quelle lunghe serate d'inverno, si sconfiggeva la fame, il freddo e la povertà,
unitamente al calore umano e al vino che scorreva a litri.
(2013)
ANIELLO C’A COPPOLA ‘N GAPA
Aniello andava in giro sempre con una
coppola storta in testa (un berretto civile alla siciliana, dotato di una piccola visiera
e di una cupola tendenzialmente piatta). Era di statura molto
bassa, piccolino e con le gambe un po’ arcuate. Fisico normale. Una persona
molto umile. Era sposato, e non ricordo se avesse dei figli o meno. Sua moglie,
al contrario, era dotata di un’altezza che superava la media delle donne.
Sembrava molto alta e robusta, perché al suo confronto, nel contrasto di
statura, sembrava un gigante. Era sempre uno spettacolo vederli insieme, mentre
scendevano e salivano, per le rampe di via Maddalena, nel quartiere di Zappino.
Gli volevamo bene, anche se nella mente
fantasiosa di noi ragazzini, ci chiedevamo, tra una malizia adolescenziale, la
curiosità morbosa, mista a un’innocenza dovuta all’età, come facessero, una
volta a casa, nell’intimità, a fare all’amore.
Una volta decidemmo di andare a spiare
vicino alla porta della loro abitazione. Aspettammo che rientrassero a casa, a
una data ora serale, e in sordina, facendo finta di giocare a “soldati e
briganti”, ci recammo nel vicolo in salita, di Largo Maddalena, vicino
all’ingresso del carcere e delle scuole elementari. La loro era una delle tante
vecchie e tipiche case umili di Campagna. Avvicinandoci alla porta d’ingresso,
notammo che aveva uno spazio vuoto sotto un rinforzo in legno, di un paio di centimetri che la separava
dalla soglia. Da questo vuoto d’aria, sentimmo chiaramente all’improvviso un
mugolio, seguito da una voce femminile che dall’interno, diceva, incitando a
tono alto “Anièèè…e ‘ngasa…’ngaasa…’ngaaasa”!!!
Ci guardammo in silenzio esterrefatti, e al tempo stesso divertiti, immaginando la
scena boccaccesca, tra Aniello e sua moglie, e prima che ci scoprissero, ritornammo di corsa giù, dalle rampe del vicolo, per raccontare il tutto agli altri amici, che per
un motivo o per un altro, non erano potuti essere presenti al’evento.
(2017)
PAUL
Mi trovavo a Piazza Navona, in una delle mie rentrè da Positano, tra il Bar del Domiziano e la Fontana dei quattro fiumi del Bernini, quando mi sentii chiamare, da una voce chiara, distinta e riconoscibile. Era Paul. Paul Getty J., un caro amico conosciuto a Positano, che come me, alternava i suoi soggiorni, tra la Perla della Costiera Amalfitana, e la Città Eterna, dove viveva con la madre. Mi girai, e ebbi la conferma che si trattava proprio di lui. Si avvicinò salutandomi con affetto, e mi disse se potevo prestargli seicento lire, perché ne aveva bisogno, forse per mangiare, o per altri motivi, affari suoi, dissi tra me e me. Mi ringraziò, dicendomi che quelle seicento lire, me le avrebbe restituite quanto prima, e al tempo stesso mi invitò di andare a trovarlo a casa sua, perché voleva mostrarmi i suoi dipinti. Non lo vidi più. Dopo qualche tempo, seppi dagli organi di stampa, che fu sequestrato dalla 'n drangheta calabrese, e che il nonno, Paul Getty Senior, l'uomo, ai tempi di quegli anni 70, più ricco del mondo, non volle credere, perché pensava che si trattasse di un suo brutto scherzo architettato dai suoi amici, per lui, tutti capelloni e sporchi comunisti, artisti morti di fame, contestatori, e hippye. Infatti la polizia a caldo, iniziò a indagare nella sua cerchia di conoscenze e di amicizie, fino a quando la stampa non parlò chiaramente di .'n drangheta, a seguito dell'orecchio mozzato inviato al nonno, la prova evidente che non si trattava di uno scherzo del nipote, ma di una brutta vicenda tragicamente seria.
Di recente ho visto anche il film sul sequestro di Paul. L'ho riconosciuto nell'interpretazione di un giovane attore, riportandomi ai ricordi in comune. A tutti i momenti passati insieme. Agli amici che gli vollero bene. Le serate positanesi, passate tra il bar internazionale di Mimì e la trattoria di Gennaro alla Chiesa Nuova, la Via dei Mulini, la Buca di Bacco sulla spiaggia grande e il dopo cena al Quick Silver di Luigi della Kambusa. La scena più raccapricciante è quando gli tagliano l'orecchio. A tale violenza non ho potuto trattenere la rabbia, la tristezza, il dolore, le lacrime, e tutta l'impotenza di un essere umano indifeso, da figlio del popolo che, nel paradosso dei ricordi, aveva prestato 600 lire al nipote dell'uomo più ricco del mondo (ai tempi).
(2017)
TRESSETTE A PERDERE
Con le carte napoletane, me la cavo abbastanza bene a giocare a scopa, a briscola, a scopone scientifico, e a scopa d'assi, ma al tressette a perdere non ho mai capito se vince chi perde, o perde chi vince...Posso solo dire che nella città di Milano, dove "ho dovuto lasciare" tanti cari amici, e un rapporto di lavoro per la mia attività artistica, che doveva solo crescere, mi è parso di essere stato costretto a giocare un'ultima partita, non nei giochi popolari di carte, che conosco molto bene, di quelli che ho elencato, come la scopa, scopone scientifico, e scopa d'assi (variante che giocavo al bar di Oreste, nel cuore di Brera, in orari notturni, che mi fanno ricordare momenti belli trascorsi con gli amici, socializzando con nuove e belle amicizie), ma a tressette a perdere, che non conosco bene, e non ho mai capito se ho "perso" o "vinto"...
AMORI ADOLESCENZIALI
Erano quattro le ragazzine che più mi piacevano, nei vari periodi di quell'età che rappresenta il passaggio dall'infanzia all'adolescenza, dai 9 ai 15 anni. Tre di loro, che chiamerò, Nina, Neve, e Assunta, abitavano nello stesso quartiere. La prima nativa, molto benestante, la seconda proveniente da Roma, nipote di un benestante proprietario di un intero palazzo, l'altra invece, la terza, si trovava a pensione da un vicino di casa, di famiglia umile, proveniente dalla provincia di Potenza, e studiava all'Istituto Magistrale. La quarta, che chiamerò Anna, era la figlia di un appuntato dei carabinieri, il cui fratello, veniva a scuola elementare con me, con il quale diventai molto amico, per vederla spesso, e tentare di corteggiarla, facendomi invitare a casa sua, che si trovava dall'altra parte del paese, in cima a una lunga rampe di scale (Corso Vittorio Emenuele III, detto Strada Nova"), con la scusa di studiare insieme.
Più di tutte, ero innamorato di Anna, la sorella del mio compagno di scuola. Avevamo si e no 10/11 anni, il sottoscritto, e lei 9/10 anni. Era bellissima, con due lunghe treccine di capelli neri, pelle liscia, vellutata, bruna. Era sempre sorridente e allegra. Quando la vedevo, era come un raggio di sole, il cuore mi batteva forte dall'emozione. Non ebbi mai il coraggio di farglielo capire. Si eravamo amici, Forse perché ero troppo timido. A quell'età, si sa, impera l'amore platonico. E cos fu. Anna, mi è rimasta sempre nel mio cuore e nella mente, con tutta la sua famiglia, suo fratello, suo padre, una gran brava persona, e la mamma, sempre gentile, dolce e premurosa, con i propri figli e gli amici dei loro figli...
(2021)
GINO
Gino (il nome del nostro caro amico, ed è stato scritto nella storia, in attesa di pubblicarne un libro, e di organizzare un convegno), che amava tanto raccontare le barzellette, malgrado la sua disabilità di ipovedente, per la cronaca locale (per chi non lo sa, o per chi ha "dimentcato"), per paradosso, ha fatto da guida ai tanti artisti e critici d'arte, venuti da ogni parte d'Italia, e del mondo, invitati dal sottoscritto. Li accompagnava, da Largo Sant'Antonio (ingresso della città, dove si fissavano gli appuntamenti), al Museo di San Bartolomeo (un tragitto non facile, per un "non vedente", a piedi o in auto), per dare un loro contributo creativo, e scientifico, in occasione del recupero e della trasformazione della Chiena, in Opera d'Arte e Spettacolo, dal 1985, al 1994...allacciando anche rapporti di amicizia con alcuni di loro, che ancora oggi sono vivi nella memoria, in un rapporto che dura da anni.
Un ipovedente che ha fatto da "faro" a tanti artisti, anche in quelle caldi notti estive. Tutte le volte che lo sentivo arrivare con gli ospiti, entrando nel Convento, e mi chiamava, per avvisarmi, per me, coordinatore artistico responsabile, era sempre una bella sorpresa. Un ruolo, il suo, che ha sempre svolto egregiamente, con umiltà, con passione e puntualità.
(2021)
A cosa serve l’esperienza se non si ha
più l’età, per non ripetere più gli stessi errori?
(2020)
(2021)
INVIDIA E GELOSIA
Un atteggiamento tipico dell'invidioso è quello di non dare l'impressione di esserlo: fingere di non essere geloso nella sua lucida “follia”, pur di non affrontare il problema. Tenta di imitarti., dopo che di te racconta peste e corna. Se una persona è invidiosa di te potrebbe anche spingersi a tal punto da cercare di imitarti, o tentare addirittura di sostituirsi a te, appropriandosi delle tue cose come se fossero sue, finanche dei tuoi amici più cari tentando di plagiarli, spinto da una sorta di bipolarismo incontrollabile della personalità, che lo porta a poco alla volta verso l'autodistruzione.
(2021)
(2026)
Decisamente non sopporto questi finti umili che credendosi possessori di
chissà quali grandi verità, sanno solo discriminare gli altri che la pensano
diversamente, e diventano pericolosi, per se stessi e per la comunità. Per
motivi di salute, non mi va più di ascoltarli, di leggerli, di incontrarli, di
litigare, perché mi portano solo squallore, grigiore e negatività.....Amo
troppo la vita!
I “PROFESSORI”
Un'altra categoria che non sopporto, dopo i finti umili, sono quelli che,
in ogni occasione, fanno i "professori", sempre a rimproverare, dopo
ogni spiegazione (nel senso che loro sanno tutto, e gli altri, sulle stronzate
o meno, che raccontano, hanno problemi di comprendonio
), che da allievi,
a scuola, erano sempre i primi della classe, e facevano la spia, segnando i
nomi dei compagni più irrequieti, alla lavagna...quando l'insegnante, per un
motivo o per un'altro, si allontanava dall'aula...
E' più forte di me: non li sopporto! ![]()
P.S. Ho avuto il dispiacere di fare la conoscenza di un altro prototipo, che mi ha dato un'ampia conferma di quanto scritto: un
conoscente, amico di amici, che bazzica intorno al mondo dell'arte...Deprimente.
(2021)
OGNUNO HA IL PROPRIO DESTINO
È fin dai tempi dell'AA.BB. AA. Corso di Scenografia, che qualcuno mi
copia, infatti in sede d'esami di licenza al culmine dei quattro anni, il
compagno di banco (il furbetto di turno) copio' letteralmente il mio bozzetto
di scenografia. Non gli diedi peso. Mi sentivo (ingenuamente) troppo sicuro di
me. Non feci i conti, però, con l'assenza del docente, che in quelle fasi
lavorative di maggiore intensità creativa e stesura, si dovette assentare,
lasciando al suo posto, nella vigilanza dovuta, l'assistente.
In sede di valutazione, infatti, agli occhi del docente, non presente in sede d'esame, sembro' quasi che il mio bozzetto (riuscitissimo tra l'altro), in una valutazione totalmente errata e ingiusta, risultava il prodotto di una scopiazzatura sul bozzetto del compagno di banco (copione). Voleva quasi respingermi, o per lo meno, valutarmi nel minimo del 18. Per fortuna l'assistente, una persona seria e accorta, con il quale c'era un rapporto implicito e spontaneo di simpatia, gli fece cambiare idea, raccontandogli di come si erano svolti oggettivamente i fatti nella prova d'esame. Soprattutto la mia, in attesa di giudizio personale.
È vero, il docente cambiò idea, ma non
del tutto, decidendo, da parte di entrambi, con i dovuti ragionamenti, in base
al comportamento nei quattro anni di studio, per un compromesso con
l'assistente. Infatti, invece del 30, come era giusto che fosse, anche per una
sorta di giustizia, scaturi il 27. Questo (credo) grazie al mio carattere un
po' vivace, ribelle e irrequieto, ma al tempo stesso anche un pò timido,
educato e riservato, apparentemente "assente" in aula, che pur nelle
"assenze", ero (a modo mio) sempre presente nel corso dei quattro
anni, nella mia passione per il teatro, il cinema, e l'arte d'avanguardia, nei
miei contatti con la realtà romana (tra p.zza del Popolo e p.zza Navona, tra il
Beat 72, gallerie d'arte e cinema d'essai), ma che per il docente, prevenuto nei miei confronti, non bastava,
non era sufficiente, a differenza di altri che furbescamente, lo corteggiavano
da "primi della classe". Doveva in qualche modo "punirmi".
In effetti, sovente entravo in aula, con pochi altri, soprattutto al primo
anno, quando la sua lezione terminava, e ci incontravamo lungo le rampe interne
della sede-succursale di P.zza Mignanelli a Roma, scambiandoci il buongiorno con
disinvoltura. Lui usciva, ed io entravo. Non mi rimproverava mai, tra gli
altri, non so perché, ma a quanto pare, annotava.
Chi era il docente? Toti Scialoja. L'assistente? Carlo Battaglia.
(2022)
L'UCCISIONE DI ALDO MORO
Quando Aldo Moro fu ucciso, il nove maggio dalle Br, come esecutori materiali,, mi trovavo a Milano a lavorare come Agente Einaudi. Quando fu trovato morto in via Caetani a Roma, dopo 55 giorni di sequestro, il giorno dopo a Milano ci fu una grande manifestazione di sdegno contro il terrorismo delle Br, con tutti i sindacati presenti e i partiti dell'arco costituzionale, dalPCI alla DC, Avevo appena finito il mio lavoro di agente dalle due del o9meriggio alle sette di sera, presso i clienti sparsi nel centro storico della città. Stanco, stressato e affamato, raggiunsi piazza Duomo per prendere il tram numero 15 che mi avrebbe portato a casa. A quei tempi abitavo in via Torricelli, una traversa di Corso San Gottardo, dopo Porta Ticinese, e piazza Ventiquattro Maggio. Dopo un paio di minuti in cui ero in attesa alla fermata, mi accorsi che non passava nessun mezzo pubblico. Chiesi informazione, e mi dissero che erano in sciopero per la manifestazione contro l'uccisione di Moro. Decisi subito di prendere un taxi, stanco e affamato come mi trovavo, con la voglia di arrivare a casa e riposare, e mi recai in piena piazza Duomo a cercarne uno libero. Fu impossibile. Una lunga fila quanto la larghezza della piazza dirimpetto alla facciata del Duomo in lontananza, era piena zeppa di persone che aspettavano in riga, con pazienza, aspettando il proprio turno, di rientrare a casa. Feci altrettanto. Mi misi in riga, in ordine di attesa. Dopo nemmeno cinque minuti, arrivò un tizio che scavalcò me e altri quattro o cinque dopo di me chiamando un Taxi che arrivava in quel momento, dirigendosi di corsa con due buste della spesa in mano, per prenderlo, ed entrò senza preoccuparsi di nessuno. . Guardai la fila lunga, prima a sinistra, quasi interminabile, e poi alla mia destra di quelli che venivano dopo di me, per vedere una loro reazione. Macché.

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